La fotografia concettuale

La Fotografia Concettuale – È un tipo di arte fotografica che inizialmente viene concepita nella mente del fotografo e poi messa in scena per realizzare e comunicare tale visione.
Questo tipo di fotografia è l’opposto del fotogiornalismo, in cui il fotografo cattura immagini reali così come avvengono in quel momento, senza alcuna manipolazione. La fotografia concettuale è molto più intenzionale e mira ad un risultato specifico nella mente di chi guarda, così come avviene con un dipinto.La tecnologia ha permesso alla fotografia concettuale di diventare più surreale, permettendo al fotografo di unire immagini ed oggetti che altrimenti non sarebbe possibile accostare. Proprio per queste sue caratteristiche di comunicazione la fotografia concettuale viene spesso utilizzata in campo  pubblicitario.

La fotografia concettuale è l’arte di comunicare un “concetto” personale allo spettatore, utilizzando il contenuto di una fotografia. Si tratta in genere di una fotografia in cui l’artista inserisce diverse componenti nell’inquadratura in modo tale che, la sua idea, il suo concetto diventino facilmente percepibili e capibili. Qualunque sia la tecnica utilizzata, la fotografia concettuale è nota per essere uno dei generi fotografici più creativi. In parte perché è più difficile rispetto ad altri generi, ma soprattutto perché ci vuole un molto tempo e tanta pazienza per far in modo che lo scatto “concettuale” sia perfetto. La fotografia concettuale fa uso di simboli grafici e metafore visive per rappresentare idee, movimenti, stati d’animo.

Il termine fotografia concettuale è  usato molto ma definito poco. C’è chi lo interpreta come un movimento legato a un arco temporale ben preciso, gli anni 60-70 e chi invece l’intende come un metodo fotografico volto a stimolare l’attività intellettuale.

 

La fotografia è “concettuale” quando, tramite oggetti reali, concreti, si esprime un concetto che può non avere nulla a che fare con il loro senso quotidiano. Quando “si allude visivamente, o si rappresenta una parte per il tutto, o si rappresenta un concetto in modo metaforico trasferendo il suo significato su qualcos’altro”.


LA STORIA

La prima foto concettuale del Novecento era “Piston de courant d’air” di Marcel Duchamp, del 1914.

“Piston de courant d’air” è la fotografia di tre pezzi di garza mossi dal vento: non ha nulla di sensazionale e verrebbe persino da chiedersi se era un soggetto realmente fotogenico. Per Duchamp essa rappresentava una situazione (una sorta di filtro vocale) che doveva essere inserita nella parte alta del Vetro. Infatti verrà utilizzata nella trascrizione su vetro, nella parte superiore dell’opera, la più problematica, difficile e astratta. La foto delle garze serviva anche all’artista per stabilire le possibilità di deformazione di un quadrato di stoffa, dato che una volta rappresentate sulla superficie piatta della fotografia si sarebbero adattate perfettamente all’universo bidimensionale della zona alta del Vetro. Quindi non solo rappresentavano l’oggetto voluto, ma anche il cartamodello già pronto per la trascrizione finale.
Nella complessa costruzione ricavabile dagli appunti della Boite Verte di Duchamp, le garze costituiscono uno dei tanti filtri che regolano i complessi rapporti tra gli Scapoli e la Sposa. Essi le inviano il loro desiderio sublimato, sotto forma di una specie di gas volatile, mentre la Sposa invia loro i suoi “Comandements” (comandi, ma letteralmente “Comandamenti”) attraverso una sorta di “corrente d’aria”, prima di gratificarli attraverso una sorta di pioggia.
Si tratta dunque di una delle situazioni decisamente più impalpabili concepite per l’opera, che Duchamprappresenta attraverso una vera e propria (sia pur minima) messa in scena, che tuttavia l’autore ha lo scrupolo di fotografare (di rendere vera) prima di immaginarne la resa definitiva. Risulta così abbastanza evidente che in questo gioco di allusioni seduttive e impalpabili, Duchamp si differenzia tanto dal pittore tradizionale quanto dal fotografo: che invece hanno un’effettiva parentela tra loro in quanto cercano entrambi, sia pure con mezzi differenti, di rappresentare la realtà come forma.

Duchamp utilizzò per primo in ambito artistico il termine ready-made nel 1913 in relazione alla sua opera Bicycle Wheel (categorizzabile come ready-made rettificato, in quanto si tratta di una ruota di bicicletta imperniata su di uno sgabello tramite le forcelle del telaio).

 

Il primo ready-madepuro è Bottle Rack (Lo scolabottiglie – 1914), semplicemente firmato. L’originale dello scolabottiglie non esiste più. Esso fu semplicemente buttato via dalla sorella di Duchamp (alla quale lui regalò nel 1914 il ready-madeInfelice) mentre questi, nel 1915, era negli Stati Uniti ed ella aveva compiuto una “pulizia generale” dello studio del fratello. Ma lo stesso Duchamp lo sostituì poi con un altro esemplare.

Nonostante i ready-made siano carichi di forte componente ludica ed ironica, molti critici non escludono che Duchamp abbia inserito nelle sue opere simboli tipicamente alchemici. Un esempio sarebbe dato da “Scolabottiglie” che richiamerebbe il simbolo dell’albero. Un secondo esempio sarebbe dato dallo Fontanache simboleggerebbe l’utero femminile e non a caso Duchamp l’avrebbe firmata con lo pseudonimo “R. Mutt”, che traslitterato evoca fonicamente il sostantivo tedesco Mutter, che significa “madre”.

Joseph Kosuth (Toledo, 31 gennaio 1945) – è un artista statunitense; importante esponente dell’arte concettuale, ha studiato belle arti alla School of Visual Arts di New York. Le sue opere sono volte ad esplorare la natura dell’arte focalizzando l’attenzione su idee al margine dell’arte, piuttosto che produrre opere fine a sé stesse. La sua arte è molto autoreferenziale.
Una delle sue opere più famose è One and Three Chairs, un’espressione visiva del concetto di “forma” di Platone. L’opera mostra una sedia, una fotografia di quella sedia, e il testo di un dizionario con la definizione della parola sedia. La fotografia è una rappresentazione della vera sedia situata sul pavimento, in primo piano. La definizione, che si trova sullo stesso muro dove c’è la fotografia, descrive il concetto di cosa sia una sedia, nelle varie accezioni del termine.


In questo e in altri lavoro simili Five Words in Blue Neone, Glass One and Three, Kosuth riporta affermazioni tautologiche, in quanto le opere sono letteralmente ciò che viene affermato siano.

 


Five Words in Blue Neone