Rovi & Gramigna – Angelo Pendola


POESIE
LA MIA STORIA  –    PINO  –   GASPARE  –  LA MISERIA  –  SOLIDARIETA  –  TIGNA  –  CICCINA  – FELICE  –  ALLA STAZIONE CENTRALE   –  ATTESA   –  MARIANA  –  VANNI  –  ROVI  –  GRAMIGNA  –  ARRAMPICHINO  –  POLITICO O POLITICANTE?  –  FARABUTTO  –  PUPO O PUPARO?


Alla memoria di sette “Amici di Lettere”

Leone Amodeo
Ignazio Buttitta
Alessandro Cǎprariu
Fivos DelfisVincenzo Licata
Giorgio Santangelo
Cesare Sermenghi


Nota biobibliografica

Angelo Pendola è nato a Sambuca di Sicilia il 4 gennaio 1952. Conseguita la Maturità Magistrale, discutendo una tesina su Emanuele Navarro, si è iscritto alla Facoltà di Magistero e Pedagogia, presso l’Università di Palermo che ben presto, per motivi di famiglia e di lavoro, ha dovuto abbandonare.
Giornalista pubblicista, collaboratore del mensile Tribuna Stampa, organo nazionale d’informazione dei giornalisti, e del Giornale di Sicilia dal 1984.
Ha scritto per La Voce di Sambuca, Trapani Nuova, Trapani Sera,  Lo Studente, Arca News, Libronews, Arce News, MonitorIl Belice. Ha diretto il mensile Cronache di Menfi.
Il 1970 lo vede coinvolto, accanto a Lorenzo Barbera, nelle diverse lotte che la Valle del Belice porta avanti in quegli anni. Sempre negli anni ’70 gli incontri con Danilo Dolci e il viaggio nell’Esteuropeo.
Del novembre ’74 l’incontro con Leonardo Sciascia e l’invito alla eventuale collaborazione a “Galleria”.
Nel 1983 ha pubblicato la raccolta di poesie Zabut con introduzione a cura di Nat Scammacca e prefazione di Pietro Billeci.
Nel 1985 è stato gradito ospite al Convegno su Felice Mastroianni e alla II Edizione del Premio Internazionale di Poesia allo stesso intitolato.
Al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme ha avuto luogo la premiazione dei vincitori il Premio. La Giuria Sezione Italiana era composta da: Mario Sansone (Presidente), Pasquale Tuscano, Walter Mauro, Mario Rappazzo e Alfredo De Grazia; la Sezione Neogreca da: Costantino Nikas (Presidente), Giuseppe Spadaro, Rosa Stamouli, Fivos Delfis e Serafina Mastroianni. In quella occasione, Angelo Pendola ha ricevuto un solenne encomio da parte delle due giurie. Sue poesie sono inserite in antologie italiane es estere e tradotte da: Papp Arpad in ungherese; G.H- Aufrère in francese; Ignazio Buttitta in siciliano; Alexandru Caprariu in romeno, Oliver Friggieri in maltese; Màkis Apostolàtos, Fivos Delfis, Panos Miserlis, Kostantin Nikas, Kostas Valetas e Falì Zapanti in greco; Nat Scammacca in inglese; Boris Vishinski in macedone.
Nel 1990 ha pubblicato Poesie per i Romeni. La silloge è impreziosita da un saggio introduttivo e dalla presentazione dello scrittore Cesare Sermenghi; dalla postfazione della pretesa-scrittrice Angela Scandaliato; dalle traduzioni a fronte e da molte illustrazioni e disegni; e da notazioni critiche di autorevoli addetti ai lavori, quali: Giorgio Barberi Squarotti dell’Università di Torino; Giuseppe Zagarrìo; Giorgio Santangelo dell’Università di Palermo; Solange Bressieux; Oliver Friggieri dell’Università di Malta; Armida Marasco dell’Università di Lecce; Leonardo Patanè dell’Università di Catania, ed altri. Il ricavato è stato devoluto ai bambini romeni tramite la Caritas Italiana.
Nell’anno sociale 1995/96, il Lions Club Sambuca Belice, in occasione del II Premio Internazionale Navarro, gli ha conferito il Riconoscimento Culturale, nella sezione Poesia, fuori concorso, con l’assegnazione di pergamena e targa.
Il 1997 lo vede finalista alla XV edizione del Premio Firenze con la seguente motivazione: “L’ansia di giustizia sociale e di amore universale che pervade quasi tutti i suoi versi, si irradia in una simbologia psicologica che confluisce in una struggente meditazione”.
Nel 1998 gli è stato assegnato a Roma, nella Sala degli Angeli di Palazzo Barberini, il Premio Internazionale Frontiera per la poesia inedita Sarajevo, e conseguentemente insignito della medaglia città di Palermo dal sindaco Leoluca Orlando.
Sempre nello stesso anno arriva in finale al 3° Concorso Letterario Don Carlo Prandi patrocinato dal Comune di Centallo, dalla Provincia di Cuneo e dalla Regione Piemonte.
Nel 1999 ha dato alle stampe Ahn Hyohk, la storia in versi di un ragazzo che per anni è stato tenuto prigioniero nei campi di “rieducazione” della Corea del Nord. Il ricavato è stato devoluto ai bambini Nordcoreano tramite il CESVI di Bergamo.
Nell’autunno del 1999 viene invitato alle “Serate di Poesia” che si svolgono in Grecia, ad Argostoli e Lixouri, nella stupenda isola di Cefalonia, dove, per loccasione, è stata presentata la breve raccolta in lingua greca Kefalloniàs.
Nel mese di marzo 2000 esce, presso la casa editrice di Catanzaro, la silloge Razzolando, che fa parte di una più ampia raccolta che comprende poesie scritte tra il 1992 e il 1993.


SENTÈNTIA

Dissero gli empi: “Tendiamo insidie al giusto, perché ci è d’imbarazzo ed è contrario alle nostre azioni; ci rimprovera le trasgressioni della legge e ci rinfaccia le mancanze contro l’educazione da noi ricevuta”.

Dal libro della Sapienza (2, 12)

E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme; il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si leverà a testimonianza contro di voi e divorerà le vostre carni com un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario da voi defraudato ai lavoratori che hanno mietuto le vostre terre grida; e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore degli eserciti. Avete gozzovigliato sulla terra e vi siete saziati di piaceri, vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non può opporre resistenza. DALLA LETTERA DI SAN GIACOMO APOSTOLO (5, 1- 6)
La parola che è verità e poesia è eterna. Tintinna come l’oro puro, non s’appanna col tempo. Te n’accorgi al suono. S suona falsa è moneta di rame e subito si ossida.
SERGIO MARANO – Il bosco di Rinaldo, pag. 19, Edizione Santi Quaranta.


PREFAZIONE

Angelo Pendola, proseguendo nel suo nobile itinerario di poesia socialmente impegnata, da oggi alle stampe “Rovi & Gramigna”, la sua quarta di poesie, che si pone con le precedenti opere “Zabut” del 1983,  “Poesie per i Romeni” del 1990 e “Razzolando” del 2000. Le poesie di questa raccolta hanno la brevità e l’efficacia lancinante di un flash che illumina di volta in volta gli aspetti variegati della odierna società: nella loro incisiva essenzialità e nella compiutezza del messaggio, esplorano una realtà umana drammatica e amara. E il poeta, nel raccontarla, ne soffre e si rode dentro. E il lettore e con lui.
La sua è una poesia sentita e sofferta, che nasce da una profonda sensibilità e da una accorata partecipazione alle tragiche storie quotidiane degli uomini di ieri, di oggi e di sempre: storie di irrazionalità, di odio, di avidità, di miseria, di ignoranza. I personaggi del poeta Pendola sono dei “vinti”, poveri cristi, miseri, sfruttati, rassegnati e impotenti, sullo sfondo di una Sicilia che non riesce a trovare la forza e la volontà di cambiare; che al volgere di ogni stagione si ritrova con i suoi problemi irrisolti e con i suoi politici inetti.

Il voto l’ha cercato
tra la brava gente
ogni volta
tradita puntualmente.

É una coscienza civile, libera e onesta, che si ribella ad ogni forma di sorpreso e di sopraffazione, alla violenza dei più forti, alle ingiustizie dei malvagi, alla arrogante disonestà dei corrotti e grida ad alta voce la sua sdegnosa condanna.

Il mio canto è senza tempo
coglie nello spazio dei soprusi
nella storia di un Popolo infelice.

L’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione, condanna ogni forma di violenza e si schiera palesemente dalla parte degli umili, degli emarginati, dei deboli, dei poveri e degli oppressi.
Nella sua ansia di giustizia sociale e di riscatto morale, egli non esita a stigmatizzare coraggiosamente i mali della nostra società e le prepotenze dei padroni sui lavoratori sottomessi, sui bambini sfruttati, sulle donne violentate e lotta affinché l’uomo impari ad essere persona, non soltanto personaggio.

Del malaffare
egli fa parte…
tutti lo credono
onesto signore…

Egli, che negli anni giovanili aveva tentato fiduciosamente la militanza politica nella generosa speranza di contribuire a risolvere i conflitti sociali, oggi affida alla poesia il compito di svegliare le coscienze e di educare alla serena convivenza democratica, nella giustizia e nella pace: mirare un’ottima scelta, un’encomiabile intento.
Il poeta esce dal silenzio comodo e grida con forza la sua rabbia e la condanna. Ha ragione di essere indignato, si, perché c’è tanta vergogna per ciò che accade in questa nostra “splendida e terribile” terra.

…questa è la terra
che non ha speranza
qui la gramigna
è in abbondanza.

Ma quanti Angelo Pendola ci vorrebbero ai giorni nostri, in questo mondo di ipocriti, di opportunisti e di violenti.
La sua poesia che ci onora perché è la poesia dei valori. I valori cristiani della bontà, della solidarietà, della generosità, del rispetto della persona umana, della gratitudine per il bene ricevuto, della dignità degli umili e dei lavoratori. Valori che certa gente, ” di fervente militanza cristiana”, oggi dichiara solo a parole di approvare, mentre brancola, abbagliata dal successo economico, nei pensieri impervi di una meschina umanità inebriata dall’avere, con la faccia imbellettata, ma col cuore duro di pietra.

Inutilmente
sei andato in chiesa
ogni mattina
non ti perdona neanche
la legge divina.

La sua lezione ci accende in cuore una speranza: che all’alba del nuovo millennio, dopo la riconciliazione giubilare, gli uomini siano disposti ad essere più buoni e più generosi.
Sotto l’aspetto formale, i versi hanno il pregio della semplicità e dell’immediatezza, e sono costruiti con una sintassi chiara e fresca, senza retorica e cerebralismi, tanto da risultare vivi e spontanei perché traggono ispirazione dalla vita ed invitano a gustare , anche nelle più semplici azioni quotidiane, la bellezza del bene che porta gioia e pace.

Sambuca di Sicilia, 8 giugno 2002

Giuseppe Di Giovanna


SE…

Se ognuno tira
per la propria tasca
alla fine nulla poi resta
chi ci va di mezzo
nella gran festa
è il Popolo vittima
della gran tempesta.
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POESIE

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LA MIA STORIA

Un pomodoro in una mano
e nell’altra un pezzo di pane
era il mio quotidiano desinare.
Per un piatto di pasta
          e una miseria
s’andava a lavorare
          dalla mattina alla sera.
Spaccai pietra ogni giorno,
          tutta la mia vita,
finalmente per me è finita.

TORNA SU

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PINO

Pino
in estate vende gelati
in quelle strade
     battute da tempo.
Raccolta d’uva e olive
lo portano in campagna,
pizzette e panini
davanti alle scuole,
     semìni
davanti a cinema e giardini.
Cicoria, asparagi e asfodèlini
     propone in piazza
nelle varie stagioni.

TORNA SU

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GASPARE

La mattina
     col buio fitto
scendevo giù per il sentiero
                    nero
con l’asino prestatomi
     da don Peppino
che ogni tanto
mi dava pure il vino.
Andavo in cerca di legna
                    che non c’era
il freddo era tanto
     fino a primavera.
Ritornavo su
     con poche fascine
                    di sàlsola soltanto
unico riscaldamento
     dei miei bambini
per Natale e Capodanno.

TORNA SU

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LA MISERIA…

 

Mio padre
          pover’uomo
si faceva in quattro
per procurarci da mangiare
avrebbe voluto darci
     qualcosa in più
delle misere cose d’ogni giorno.
La mamma
          aveva sempre problemi
nel fare le razioni
ma questo era il suo compito
          da anni.

TORNA SU

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SOLIDARIETÀ

I miei bambini
     avevano freddo
e io non avevo come scaldarli.
L’amico una volta
     poteva venirmi incontro
ma aveva anche lui i suoi piccini.
Quando li sentivo piangere per la fame
     avrei voluto dar loro
le mie braccia da spolpare.
L’amico una volta
     poteva venirmi incontro
ma anche lui aveva i suoi bambini.

TORNA SU
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TIGNA

Ricordo Gigi
con la testa gialla rapata
correre per la sporca
acciottolata strada.
I capelli glieli avevano
dovuti rapare
perché non andasse avanti
il ripugnante male.
Fu tanta
la sofferenza di quel bambino
che non avvicinò nessuno
Fuorché Gino.
Guardò con stizza
e invidia
i più fortunati compagni
desiderava con ardore
diventare ricco e grande.
Non si capiva più
di che colore fossero i pantaloni
le pezze erano state messe
dentro e fuori.
Erano tempi
di nera fame
epoche in cui s’usciva
la mattina
per razzolare in giro
come la gallina.

1- palma nana
2- foglie centrali-più pregiate – della stessa pianta

TORNA SU

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CICCINA

Prima che facesse buio
aveva già fatto il giro
delle case padrone
mia nonna
che lavorava com un mulo
in casa e fuori.
Caricava i fagotti
     di biancheria sporca
e di buon mattino
li metteva in groppa
peer andarli a lavare
giù al fiume Rincione
     non ebbe mai aiuto
     morì di crepacuore..

TORNA SU

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FELICE

Mio padre
era un grosso commerciante.
aveva una merceria
                    ambulante
nelle due valigie
che trascinava dietro
teneva tutto quanto
aghi, filo, bottoni
ed elastico per mutande
mio padre era un grande
                    commerciante.

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ALLA STAZIONE CENTRALE

Un volto scuro
senza l’ombra d’un sorriso
sotto la coppola
che ne confonde il viso.
Occhi lucidi
che guardano lontano.
Un corpo, una valigia accanto,
due braccia che si protendono
                    sempre più in là
con sapienza
forza, desiderio
ansia, passione
                    amore
rassegnazione.

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ATTESA

Peppino aveva l’artrite
e col sole o col freddo
doveva andare
tra i campi ugualmente.

In triste baracca
                    pensava
al giorno in cui
avrebbe portato
sua figlia all’altare.
Dopo si sarebbe messo
                    sereno
ad aspettare la morte
portatrice di eterna pace.

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MARIANA

 

Mia figlia guarda
“Mariana” e sogna
vorrebbe bei vestiti
e labbra rosse
capelli ben tenuti
e corpo snello.
Ma mio marito
va a finocchietti e cicoria
e io lavo pavimenti
tutto il giorno.
Possiamo darle
pane e pasta soltanto
e mercatino rionale
di tanto in tanto.

 

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VANNI

 

Non c’è scampo
per noi di quaggiù
il cambiamento non ci sarà
niente e nessuno
può governare
questa barca
che naviga male.
Questa è la terra
dei nostri padri
fatta di pene
di rovi e di mafia
questa è la terra
che non ha speranza
qui la gramigna
è in abbondanza.

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ROVI

Prima del ’68
leccavamo la sarda
in cerca di piccoli lavori
perché di grandi manco l’odore.
Con gli appalti
la mafia
le frodi e le tangenti
eccoli in piedi
tra la “degna” gente.

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GRAMIGNA

 

Non c’è scampo
per noi quaggiù
il cambiamento non ci sarà
niente e nessuno
può governare
questa barca
che naviga male.
Questa è la terra
dei nostri padri
fatta di pene
di rovi e di mafia
questa è la terra
che non ha speranza
qui la gramigna
è in abbondanza.

 

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“ARRAMPICHINO”

 

Il mio amico
del quale il nome non vi dico
era stato
comunista a più non posso
aveva da sempre e soltanto
spolpato l’osso.
Negli scioperi aveva
la bandiera sventolato
gridato
“ladro capitalista
sanguisuga latifondista”
Ora che ha le case
i terreni e il distintivo
                                 al petto
ruggisce contro il suo primo letto.

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POLITICO O POLITICANTE

Egli si mette
dietro ad una scrivania
io mi alzo di buon mattino
e me ne vado a zappare
la terra che non è mia.
A lui pagano
pure lo straordinario
gli danno lauti compensi
e anche le onorificenze
per spellare noi
né ricchi né potenti.
Enormi privilegi
automobili di lusso
e inservienti
panfili e appartamenti
midollo osseo
della povera gente.

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FARABUTTO

 

Per forma
è tanto simile al maiale
si mimetizza in un grande
partito popolare.
Il voto l’ha cercato
tra la brava gente
ogni volta
tradita puntualmente.
Occorre scoprirlo nel porcile
strappargli la maschera dal viso
vedrai ch’è più d’un porco
ti farà più schifo.
Si è arricchito enormemente,
in un mese intasca
quanto un operaio in cinquant’anni,
ha sistemato
tutti i suoi vicini
non ha disdegnato
pranzi e cene
coi “padrini”.

 

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PUPO O PUPARO?

 

Le carte hai imbrogliate
a più riprese
il Popolo da sempre
a far le spese.
Amico degli “amici”
in ogni tempo
per loro hai lavorato
in ogni istante
tirandoli fuori
da losche vicende.
Ti sarà dato merito
per sempre
dei non “amici”
non ti è importato niente.
Ti ha fatto comodo
condurre i giorni
da grande signore
mentre i poveracci
dalla vita stava fuori.

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