Petali di sole – Enzo Randazzo


POESIE
Acque  –  Alba  –   Algecyras  –   Amo –   Bagliori   –   Biscia   –   Bocciolo  –   Briciole –  Calcinazione  – Chiara  –  Chiodo  –  Ciuffo 


PRESENTAZIONE

Scrivere mi è sempre piaciuto. Quasi quanto leggere. Ho sempre letto dovunque ed in qualunque momento. Da piccolo leggevo intere giornate, disteso sotto un albero di noce, a Pandolfina, o sul pianerottolo antistante al portone, tra i muli che salivano e scendevano nella strada acciottolata.
Ho continuato e continuo a leggere in luoghi, contesti e situazioni impensabili: treni, autobus, toilette, conferenze noiose, corsi di aggiornamento, interrogazioni ripetitive di alunni.

Mio padre mi ha iniziato all’amore per i libri e lo studio. Aveva appena conseguito la licenza elementare, ma, mentre era prigioniero di guerra in Inghilterra, aveva imparato a leggere, scrivere e parlare correttamente in Inglese ed aveva letto tanto da acquisire una cultura da scuola secondaria superiore. Quando, al tramonto, tornava dalla campagna, io gli correvo incontro ad aiutarlo a scaricare gli attrezzi dal mulo.

Dopo cena, anche se stanchissimo, lui non rinunciava mai a fare una capatina al Circolo dei Coltivatori Diretti, di cui era Presidente ed, in seguito, sindacalista-segretario. Prima di uscire, però, già a quattro- cinque anni, mi assegnava i compiti: letture di fiabe, problemi, divisioni a tre e quattro cifre che mi facevano impazzire. Aspettavo il suo rientro per la correzione ed andavo a letto gratificato da una sua carezza o da un suo sorriso.

Baci raramente. Soleva dire che si danno ai figli quando si addormentano. È stato il mio maestro più sostenuto e comprensivo. La mia prima biblioteca si chiamava Salvatore Caruso. Era un contadino piccolo e rotondo. Senza figli e grande lavoratore, investiva tutto ciò che poteva in libri.
In cucina, in una vecchia credenza sgangherata, nascondeva tesori inestimabili.

Da lui ho avuto in prestito I Miserabili, Sangue Siciliano e persino la Divina Commedia illustrata dal Dorè. Mia sorella Antonietta è stata l’altra grande tentatrice. Mancata studentessa, non aveva rinunciato a coltivare la sua passione per la lettura. Rammendava calze di nailon con una speciale macchinetta e , con il ricavato, mi mandava a comprarle Sogno e Gran Hotel, zeppi di fotoromanzi e racconti a puntate.
A tarda sera, quando papà e mamma andavano a dormire, lei restava a ricamare al telaio ed io le facevo compagnia leggendo ad alta voce queste riviste o qualche romanzo che lei prendeva in prestito al Collegio del Sacro Cuore. Ricordo ancora le notti trascorse insieme a Bocciolo di rosa e a Il fabbro del convento. Mia madre, invece, di questo mio amore per i libri e, più tardi, per la scuola era, nello stesso tempo, inorgoglita e preoccupata. “Riposati un poco la testa!” – esplodeva ogni tanto – “Possibile che ti devi sempre sfirniciare?”
A scuola ho avuto insegnanti di tutti i tipi. Sia i bravi che i meno preparati ti lasciano comunque qualcosa. In particolare sento di dovere di più a Suor Ermelinda, che, dalla terza elementare, mi assegnava tre Temi al giorno, al grandissimo Nino Agosta, professore di Lettere alla Media, che si faceva prestare ore da tutti gli insegnanti e continuava a spiegare, per ore, dopo la conclusione dell’orario di lezioni.
Del Liceo ricordo la genialità di Don Ignazio Dimino, simpaticissimo professore di Filosofia, anarchico- monarchico, e di Siso Vetrano, lo scienziato, che aveva abolito il registro e le interrogazioni con anni di anticipo sulla contestazione.
Pochi i segni tangibili lasciatimi dall’Università. Già in quegli anni era troppo di massa e dispersiva per consentire un minimo rapporto educativo, cosicché l’unico contributo significativo, ripensandoci oggi, me l’ha dato l’odiosa e pedantesca pignoleria di Giorgio Santangelo, che mi ha costretto ad apprezzare l’importanza delle note a piè di pagina.
Incontrai i grandi romanzieri disordinatamente, da autodidatta.
Tolstoj con Resurrezione, Jack London con La peste scarlatta e, quindi, gli scrittori della generazione perduta, Fitzgerald ed Hemingway, quasi contemporaneamente a Saroyan, al Pirandello delle Novelle, ad Emanuele Navarro della Miraglia e a Robbins de L’uomo che non sapeva amare.
Molto più tardi ho letto Tomasi, Sciascia e Camilleri.
Con i poeti il rapporto è stato più ordinato, mediato dai programmi scolastici. Solo negli anni dell’Università ho cominciato a scorrazzare più anarchicamente da Spoon River a Prévert, da Neruda a Pavese, a Lorca e Majakovskij.
Leggere tanti buoni poeti e scrittori per chi ambisce a scrivere è terrificante: assaporare la grandezza altrui ti fa avvertire la tua pochezza e l’insufficienza dei tuoi mezzi.
Devo essermi scoraggiato e depresso tante volte, perché sono stato mesi e mesi senza vergare una sola parola. Ma non ho mai smesso definitivamente il vizio. Anzi tra i vizi e le passioni della mia vita, che sono state sempre numerose, intense, ubriacanti e dispersive, scrivere è quello a cui sono rimasto più fedele.

 
 

Ho amato il biliardo e il biliardino, il far teatro e la politica, che solo a qualche sprovveduto possono sembrare simili, il poker e lo scopone, la vita nei Club ed il girovagare per il mondo senza mete preordinate, l’amicizia e l’amore, la carriera e le mie ambizioni, ma la parola scritta è stata e rimane la mia amante più fedele. Da studente liceale fui tra i giornalisti de “La Voce” e di “Scelta” del mio maestro di fede e di dubbi, Alfonso Di Giovanna.

Spavaldamente ed incoscientemente, a ventidue anni, pubblicai il mio primo saggio e scrissi la mia prima Commedia ed il mio primo Romanzo.
Con impudicizia, senza alcuna doverosa autocensura li mandai alla stampa, al massacro, insieme a saggi su Kierkegaard, sulla droga e a riduzioni teatrali varie.

Ma la poesia no. Tanti miei amici conoscono la mia temerarietà nel sottoporre al giudizio impietoso di chi legge la mia prosa, ma ignorano che io ardisca scrivere versi.
Invece ne ho scritti a migliaia. Da riempire pagine e pagine. Ma su di essi la mia censura è scattata implacabile.

Solo qualche poesia è sfuggita a questa regola, inclusa in antologie di Editori, comunque sconosciuti e lontani. Devo dire, con sincera immodestia, al di là della mia fifa, con apprezzamenti lusinghieri. La presente raccolta è, quindi, ciò che sopravvive a tante lacerazioni manuali, in nottate di deciso e con- sapevole sterminio, e alla cernita finale di questi ultimi anni, in cui andavo maturando l’idea di esporre in pubblico i panni intimi e privati dello scrivere poetico.

Perché la poesia ha sempre questo di veramente pericoloso: per quanto si mascheri e si difenda il poeta rischia di consegnarsi nudo come un verme ai suoi lettori. Con la costante aggravante dell’incognita, del suo fraintendimento.
Il più visibile difetto di questa raccolta è, dunque, inevitabilmente, quello di disorganicità e disomogeneità.

Tante diverse stagioni creative, le più contraddittorie suggestioni letterarie, l’inevitabile involuzione del mio modo di sentire e di scrivere.
Un pasticcio. Una selva stilistica. Una baraonda di suoni, sensazioni, pensieri.
Pubblicarle: una debolezza della senilità incipiente. La paura di non fare più in tempo. A scrivere di meglio. Qualcosa di veramente significativo.

Un progetto grandioso e spropositato destinato a restare tale. O di un’altra notte di ubriacatura autodistruttiva. Mettere più semplicemente un punto fermo a un percorso. Mi chiedo se non avrei fatto meglio a ricorrere a un critico amico, indulgente ed ammiccante per una più benevola introduzione.
Gli amici sono l’unica risorsa che non mi è mai venuta meno nella vita. Enzo Lauretta, Enrico Somma, Grazia Riggio, Lina Taibi, Tuccio Musumeci, Marilù Gueli, Dina Bongiorno, Lando Buzzanca, Pina Serra, Margherita Fazio, Filippo Salvato, Elisa Viola, Marco Veronesi hanno vergato di me mirabilie per cose immediate, quali La palude o L’onorevole Liccasarda, o di ricercata malizia letteraria, quali Sicilia, my love e Fantasima saracina.

Chissà cosa avrebbero scritto adesso che mi vogliono ancora più bene! Ma arriva il momento in cui ognuno vuole e deve fare i conti con la propria storia personale. Senza sconti, gratuità e indulgenze da nessuno.

Senza vele, antenne o nocchiero. Nel gran mare aperto dell’essere e del mondo. Proprio come la poesia di ogni tempo e stagione.

Prof.  Enzo Randazzo


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ACQUE

Non un canale, a rinfrescare
i primi passi nei bruzzoli sfumati,
ma rosei mandorli sui poggi dissertati
e gialli fichidindia tra brulli dirupi.
L’esile Rincione si gonfiava, torvo
a uomini e muli, nei dicembri piovosi.
Tornava di ghiaia e oleandri festosi,
nei Marzi scintillanti del vallone.
L’aurora trasudava arse primavere
e autunni primaverili, epiloghi
di afose estati di grilli e di cicale.
Solo tardi ho raggiunto le mie riviere.
Il Po, giallo e verdastro di scorie liquamate,
i suoi bizzarri ed instabili padrini,
l’Enza attorcigliato e zeppo come un mare,
il Rodano, che aggrega chiome e fonemi,
il Danubio, sentiero lumacoso e variegato,
e tant’altre viuzze violeggianti
hanno spento la mia arsura spasimante
di ragazzo del Sud, sanguigno,
spasimante ghiacciai accecanti
e formicolii ripetitivi e brulicanti,
tra smog metropolitani soffocanti.
Ma l’acqua mi ha regalato pure la quiete
di soffici pianori, punteggiati di canne,
mucche pascolanti e incredibili colori.
Qui ho incontrato l’uomo chino, che lavora,
e il bimbo, che sgambetta in universi artificiali.
La mamma bionda tira sette figli,
il nero si atteggia a libero e felice,
ma corvi stazionano in mezzo al granoturco
e indomiti aquilotti piroettano in cielo.
Tra brume e rugiade agostane,
rose spontanee, quasi vermigli pomodori,
lamponi mielati e noccioline lillipuziane,
c’é sempre un filo rilucente, che sorride,
squarcia e travolge la nube birichina
e regala ad un airone impertinente,
che diguazza nella Loira, gremita
di merlature di fantastici castelli,
inverosimili incendi di avvenire.

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ALBA

É un’alba
senza chiaro,
confusa
di carminio
e di nubi
incolori,
alla ricerca
di emozioni.
Sentimenti
sparpagliati
nel meriggio
li ha bruciati
la brina
e il vino rosso.
Nel viso
di chi passa
frettoloso,
il segno
apparente
della pace.
Mi sfiorerà
la quiete,
un giorno,
e annunzierà
stagioni riposate.

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ALGECYRAS

Scaglie azulee
tra detriti di cimase,
guglie svettanti
e palme sdolcinate,
flebili ai soffi
di Mediterraneo africano.
Algecyras ha la groppa
di un cammello impantanato,
quasi una petroliera esausta
e ancora libidinosa
di percorsi imprevedibili.
Ho tranciato asfalti
di desolate periferie,
dove i monelli baciano
cieli smoggati di calura.
Corse nei sentieri di autovie
e nei rallentamenti paranoici,
di chi si intoppa
verso arrivi più tardi.
La serra di Miccina,
a gradoni di pietre intagliate,
ascenderla voglioso nei tramonti,
era toccare i vertici
di un sogno planetario,
che ieri è nelle oasi,
spumeggianti di aranceti
della Sierra Nevada,
a sera nelle dune marocchine.
Il trotto irregolare di nitriti
sul sentiero polveroso
è un rullio di catamarano,
assopito sull’acqua sinuosa,
come la lucertolosa ragazzina,
neri capelli bombardati
alle violente raffiche del ponte.
La vita è tutta un sorriso
rapido e immotivato,
che ti carezza tra i zampilli
delle onde tagliate.
Scivolando inconsapevole
dalle morbide colline,
punteggiate di bionde casin
e di uliveti bruni,
è come il punto geometrico
che torna a baluginare,
quasi un cerchio stirato
in quattro punti estremi,
a disegnare sinfonie,
cadenze, epifanie stellari.
Tuffarsi in questo mare,
terra di confine senza confini,
verso la petroliera fumante,
che immobile procede.
La vita è tutta nel tepore
immobile di Nicola perplesso
delle mie note colorate
e del mio straniamento muto,
rassegnato a distendersi
su Stefania nera e luccicante,
come Anna Maria finalmente quieta
sulle gambe di Franca,
sgranante gli occhi scuri
ai miei sardonici e taglienti,
intenta all’ultima bollicina
e pronta alla carezza sulla fronte.
Una vela bianca
gareggia coi nuotatori
testarda e pretestuosa
come un poeta del duemila.
Ecco, è già Africa,
avvolta tra afa marina
e incredibili nubi pellegrine.
Una parete ripida,
immediata declina
nell’onda ritmata che ritorna.
E vivere torna ad essere un sorriso,
un sogno accarezzato
tra un fazzoletto di mare.
Sul ponte, indifferenti al sole,
due amanti sonnecchiano,
intrecciati e vagabondi.
Quasi punte di terre antiche,
respiro il tuo sapore incerto
e sento penetrarmi in eterno
dal tuo profumo inebriante.

Algecyras, 7-9-1998.

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AMO

Amo il tuo capello liscio e folto,
le tue labbra impacciate,
l’acerbo sapore del tuo corpo.
Voglio ubriacarmi senza fine
del linguaggio dei tuoi occhi neri,
tra un ciliegio fiorito
e le pesche gustose,
fresco di sereno.
Potrei tornare ai prati di gerani,
intesserne un mazzetto variopinto
e deporlo sul tuo seno,
se tieni gli occhi chiusi al sole.
Bere acqua di fonte
nella montagna del paese,
sciogliere questo ghiaccio,
che ha gelato il cuore.
Nei tuoi occhi, puri e ignari,
c’é un lievito d’antica tenerezza,
nel tuo volto di bambina
l’avvenire é come le tue guance innamorate.
Mi spoglio d’orgoglio consueto
e mi ritrovo fresco
d’acqua chiara.

Pandolfina, 28-6-1974

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BAGLIORI

Bagliori vermigli di luce
saltellano birichini e fugaci
tra agavi celesti, dalle spine viola.
Rapidi rimbalzano aggressivi
negli occhi tristi di lutto
del biondo pastore – bambino,
nudo di cenci, rattoppati,
affaticato nell’aspra sassaiola,
che conduce al dolce sussurr
di olmi che sfiorano, delicati,
pioppi biancastri di fitta peluria,
inframmezzato dal cicaleccio insistente
dell’acqua, scintillante
nella terra insaziabile, bruciata.
Ieri, uomini gravi e taciturni,
avvolti nell’imponderabile segreto
della miseria tagliente e promettente,
come il bianco di Dicembre,
venivano assetati
d’ombra dolcemente volteggiante
e di fraterna tregua dal sudore.
Matriarche immerse nel silenzio
immergevano gli abiti lisi,
ancora impresse le tracce di madore
di nonni asciutti e sicuri,
nell’acqua verdognola,
gorgogliante copiosa,
senza avarizia dalle fonti,
incise nella collina.
Ma ieri é già tardi
e oggi sembra quasi ieri.
Perciò i bagliori scintillano
profondi, quasi un incendio,
indomabile nel vento,
che soffia incessante da levante.
Bisognerà che il bosco
bruci di fiamme luminose,
in un immenso rogo
di passioni e di miserie,
perché gli asparagi irsuti
rifaccian capolino nell’autunno
che s’annuncia fecondo
di primavere fuori stagione.

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BISCIA

Nel levante chiaro,
tra sterpi bagnati,
nel cielo diamantino,
l’aspro sapore
di succosi mandarini.
Tra la fresca rugiada,
balugina sottile
una biscia sinuosa,
che cerca calore.
Gira su di sé,
in una ridda infernale,
attanaglia la carne
di maledette spire.
Nello snodo morale
é l’arte del dominio
che spezza la fregola
del circolo fatale.

Da Sottovoce, a cura di M. T. Carozzo, Ed Pgine, 2002.

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BOCCIOLO

Nel deserto annebbiato
del Popolo Rosso,
tra liane recise
e mistiche arsure,
una fulgida croce
in fiori di loto.
Infiniti i miei mancamenti,
rinserrati pudichi
nel cerchio dorato.
Un bocciolo dischiude
ghirlande di passioni
alla Fenice risorgente
da morbide ceneri.
E sfarfalla sorrisi soffici e soavi
a un Pellicano invasato
d’amore risoluto.
La parola perduta é il tuo sangue.
La mia fede essiccata é il tuo amore.
Nel profumo inebriante
delle mie macerie, di eterno birichino,
il perseverante desiderio
di azzurri più puri.

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BRICIOLE

Di foglie frantumate
dal caparbio levante.
Di pane essiccato
da implacabile arsura.
Di amore sgranato
come spighe smunte.
Di baci profumati
di furti elettrizzanti.
Briciole di visioni
nei ritmi armonici,
sintonizzati a pulsazioni.
Rosse come papaveri.
Vive come triglie.
Per un verdone canterino,
pazzamente innamorato
di effluvi spontanei.
I giorni di calore
secondi inafferrabili.
Gli atomi di tregua
rosoni multicolori
e ubriacanti di Cattedrali.
Spicchi di gioia
sottratti alla tua falce,
minacciosa mannaia.
Briciole di sabbia,
incenerita da scirocchi,
nel sole implacabile.
Martellamenti assordanti
sulle tempie gracili.
Fantasie inafferrabili
come sogni mattutini.
Briciole di personaggi
schizzati e sospesi
tra nascere e morire.
Idee troppo geniali
per le mie debolezze,
asfissianti e grame.
Guizzi inesprimibili
dalle mie scarne parole.
Templi inedificabili
con la mia pietra grezza e deformante.
Briciole di scontate apatie
e di soporifere indolenze.
Squadrature impossibili.
Storie morte, inscrivibili.
Per carenza di determinazione.
Per insufficienti motivazioni.
Per consumata ipocrisia.
Per inadeguatezza creativa.
Briciole di corrente.
Fiammate spente
nei bagliori esaltanti,
pizzicanti di zolfo.
Solamente briciole posso sparpagliare
nella corrente serpentina
che mi percorre insidiosa
e mi lava l’anima,
mentre mi perdo
nelle tue schiume,
verdeggianti e diamantine
come i tuoi rosoli.
Solamente briciole
al passerotto assetato,
infreddolito sul davanzale.
Di speranze smorzate,
indefinite e irrinunciate.
Di fedi testarde,
perseguite e scivolate
su morbide colline.
Di memorie scordate.
Affondate nelle brume
di gelidi Orienti.
Intrigate nelle maglie
di pensieri vagabondi.
Solo briciole confuse,
di chissà indefiniti.
Il testimone di un esito
che non è somma netta,
né progressiva moltiplicazione.
Non ha il sapore vetrioloso
Dell’assenza consapevole,
né lo splendore rassicurante
di un caleidoscopio vorticoso,
ma solo la frammentazione
onesta e disadorna
del pane dei poveri
in un meriggio siciliano.

Adragna 5-8-2002

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CALCINAZIONE

Se i corvi neri
cambiano le piume,
diventano colombi
imbiancati.
L’oro é rincrudito,
putrefatto e umettato
da mercurio disseccato.
Nell’infanzia argentea,
favolosa di Sfingi,
esistere é sognare,
ignorando la quintessenza
di tartaro e vetriolo.
Fiori rossi
trapuntano i prati
e il mercurio biondeggia di zolfo.
Bimbi nudi
camminano scalzi
e assaporano
un pezzo di cielo.
Ma gli amanti
disperdono il sale
pizzicando il verde
di infanzia.

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CHIARA

Altera della tua virtù,
celi nel seno ciottolini,
per contare lacrimanti orazioni,
miste a angeliche salutazioni.
Nel riverbero abbagliante delle Palme,
splendida di abiti sfarzosi,
ti astieni dal piede dell’altare
e attendi il ramoscello, riservata.
Francesco ti accoglie alla Porziuncola,
tra il canto dell’inno al Creatore,
le torce sfavillanti nella mano.
Recisi i capelli, il capo ignudo,
ti cingi di sacco e di fune.
A nulla gli strattoni delle vesti.
A nulla Agnese strascicata per mano.
A piedi scoperti percorri le selci,
sogni sull’ocra, cosparsa di dumi,
un tronco appuntito come guanciale.
Astinenza perpetua, silenzio raccolto,
un dolce cilicio, intessuto di crini.
Di tutti i tuoi beni niente t’importa.
Pietà genuina è stacco dal mondo.
Con l’acqua lenisci piedi sudati,
piagati da un giorno di cerca sfibrante.
Accudisci infermi dal tanfo nauseante,
a tavola, servi e sorridi giuliva.
L’abbraccio di Cristo ottieni, stremata,
é dolce il martirio di croce d’oliva.
La pisside al cuore, riposi beata,
a splendidi gigli ormai estasiata.

Sambuca 27-12-1985

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CHIODO

Martellante come un chiodo.
Quasi una paranoia narcisista.
Una fonte inesauribile
di ispirazione reattiva.
Una molla riflettente
che origina praterie
sfumate di rosa
nei cirri trasparenti viola.
Labbra rosse e vellutate
tra scrosci di zampilli.
Libertà incoercibili
pur nella cappa fumosa
di assordanti coercizioni
della coscienza inquieta
e del libero pensiero.

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CIUFFO

Una dolce fantasia
sul tuo nasino sbarazzino,
sprizza da un ciuffo trasandato,
malizioso e invitante.
Le dita sottili e scattanti
le ciglia sensuali e stanche,
promesse di passioni
inestinguibili e desuete,
di desideri risaputi e temuti,
nell’abbagliante candore
della tua pelle scottante,
candida di lusinghe
e ritrosie apparenti:
Mi slargo estasiato
dalla stanza appannata
e mi tuffo libero
da infingardaggini
e da pose meditate,
dispettose di veleni,
tra iridi di colori
e svettanti aironi

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