Le Bandiere Tradite – Salvatore Maurici


POESIE
Destrieri senza morso  –   La rivoluzione rinviata  –   Il potere arrogante  –   È carnevale –   Ignari pezzetti di carta  –  Per Riccardo Orioles   –  Era una cagna   –   La palumma nun vola   –    Vantatevi  –  L’uomo d’argilla  –  Addio Marx  –  Bennardino Verro  –  Sventolano i pantaloni  –  Sambuca è un deserto  –  Il primo maggio  –  Sole nascente  –  Padrone devi morire  –  E venne  –  La festa dei lavoratori  –  La taverna  –  Lotte politiche  –  Ho visto  –  Compagno  –  Padrone tiranno  –  Le bandiere tradite  –  Asfalti bollenti  –  25 aprile 1996  –  Ti ho rivista  –  A voi borghesi  –  Antiche strade  –  Stracci rossi  –  Contadino addio  –  Tutto finisce


BIBLIOGRAFIA

PRESENTAZIONE

Il riscatto delle bandiere tradite – La produzione poetica di Salvatore Maurici è ben più vasta e variegata di questa silloge di poesie, recante il titolo “Le bandiere tradite”. Comprende altre poesie (le prime delle quali scritte negli anni Sessanta), racconti, raccolte di proverbi e tradizioni rurali, affascinanti descrizioni di storie di briganti e missionari laici, di tecniche ingegnose del passato, come l’arte figula, scomparsa dopo il terremoto che nel gennaio 1968 devastò la valle del Belice. L’opera meriterebbe, quindi, di esser sottoposta all’attenzione di veri esperti di critica letteraria e, a seconda dei casi, di studiosi di antropologia culturale. Chi scrive non possiede nessuno di questi titoli. Si avventura, nondimeno, con qualche difficoltà in territori non suoi perché conosce bene l’autore e il suo pensiero, la sua bellezza interiore. Ne apprezza molto le qualità di poeta irregolare, di irregolare della poesia, i cui versi raccontano emozioni ed umori datati, ma pur sempre risorgenti, di un uomo di rara sensibilità, costretto a nuotare troppo spesso in salita e con venti avversi, e tuttavia mai stanco di elargire un sorriso a chiunque ne abbia bisogno, di metter la museruola alle proprie sofferenze per alleviare quelle altrui.

Componendo poesie, Salvatore non ubbidisce a stilemi di una particolare scuola poetica, o di una qualsiasi moda del poetare attenta all’armonia ritmica e poco o nulla al contenuto e, quindi, alla comunicazione lirica delle emozioni. Meno che mai l’autore carica i versi di valenze salvifiche individuali o afferenti alla sola sfera familiare: punta, piuttosto, ad un’utopica palingenesi sociale, che dal luogo nativo spazia al mondo intero, nutrendosi di idealità universali, che travalicano le barriere linguistiche e spazio-temporali. Il suo bisogno di poesia (di cui intrisa la sua stessa scrittura in prosa) è stato e continua ad essere, direbbe Francesco Carbone (come ha scritto a proposito del “poeta pecoraio” di Godrano, Giacomo Giardina), «una dimensione del pensato e del vissuto riferita a un’area sia mentale che fisica», entro cui le esperienze individuali sono tessere di un unico mosaico comunitario con confini che si dilatano a cerchi concentrici a tutti i continenti e le latitudini. «Un’aria topografica che tesse e raccorda i propri spazi con le presenze e l’esistenza delle persone», costituendo quel prius antropologico che il sociologo del linguaggio Joshua Aaron Fishman pone come elemento essenziale per la coesione dei gruppi, atteso che il senso del territorio è un’eredità genetica.
Sulla poesia “Le bandiere tradite”, che dà il titolo anche al corpus che l’autore ha sottoposto, bontà sua, al vaglio di una mia lettura critica, mi ritrovo ampiamente nel giudizio sintetico che ne ha dato Maria Giacone: «il nostro poeta va oltre il consumarsi delle vicende politiche e sociali, pur scandalose e gravi, e il suo dolore diventa canto poetico proprio perché porta l’eco universale del sogno umano che avendo costruito illusioni di un mondo più bello, più giusto, più libero, dopo la “caduta”, si coagula in grumi di angoscia, per poi erompere in un flusso di protesta e malinconia». L’arena ideale in cui s’incontrano, confrontano, fondano facendosi versi, gli umori e i sentimenti del poeta è il paese nativo: Sambuca di Sicilia, nel versante agrigentino della valle del Belice. «Il forestiero-visitatore che arriva a Sambuca – si legge in una vecchia guida del 1985 scritta dal compianto sindaco Alfonso Di Giovanna, amico mio e di Maurici –, sia che giunga dall’interno della Sicilia (Palermo-Corleone) o dalle strade statali che costeggiano il Mare Mediterraneo, entra nella cittadina dall’unico ingresso che storicamente fu la porta principale di Zabut: Porta Santa Maria sulla Via Grande, oggi Corso Umberto I. Si tratta di un asse viario urbano che taglia in due parti Sambuca».
È un viale che, nella trasfigurazione lirica di Maurici, segna anche il confine fra le classi sociali; racconta l’origine stessa di ingiustizie e prepotenze di ogni sorta, episodiche esplosioni di rabbia e lunghi periodi di rassegnazione, su cui si è sedimentata da tempo la polvere dell’oblio, penetrabile solo con gli occhi del cuore di un poeta, che non temano i commenti malevoli di imbecilli e opportunisti. «Voi che mai in vita», si legge infatti in una poesia di Maurici, «avete amato col cuore/ ridete del poeta», perché chiama le cose con il loro vero nome. Il corso Umberto I, quella «strada diritta e alberata» del «paese diviso a metà», in un’altra poesia di Salvatore, ha «a sinistra i cittadini onesti/ dall’altra tutti gli altri/ carichi di colpe antiche/ commessi dai loro avi/testimonianze di antiche miserie/ che il presente benessere/ non riesce a cancellare».
Sambuca, terra di progenie, santuario della memoria, già «Mosca della Sicilia», più che alla Itaca di Odisseo, somiglia (per il poeta) al lume attorno a cui continua a svolazzare la farfalla, pur sapendo che vi si è tante volte bruciacchiate le ali e che un malaccorto contatto potrebbe incenerirla dalla testa ai piedi. Sambuca è l’alfa e l’omega per l’appassionato cantore del riscatto delle bandiere tradite. La Musa che gli suggerisce i versi, nell’Ottocento bazzicava nelle grotte dei briganti e ai tempi del fascismo, quando Salvatore (nato nel 1948) era solo un vago progetto nei disegni del Creatore, si profilava furtiva nelle pagghialore (fienili), dove si riunivano nottetempo gli artigiani e i braccianti antifascisti del luogo, per cospirare contro il regime, sotto la guida del perito agronomo Tommaso Amodeo (una delle massime autorità socialiste del Mezzogiorno) e dei comunisti Domenico Cuffaro, Giorgio Cresi e Antonino Giacone, destinati ad assumere fin dal 1944 la direzione primaria del sindacato e del partito nella provincia di Agrigento: Cuffaro in qualità di segretario generale della Camera confederale del lavoro; Cresi e, poi, Giacone, come segretario della Federazione.
Figlio di questa terra e di questa cultura, Salvatore Maurici è il primogenito di una famiglia di umili e onesti lavoratori, allietata dalla nascita di tre figli. Il padre, Gaspare, allevava pecore di sua proprietà; la madre, Anna Greco, era casalinga, ma era lei il perno attorno a cui ruotavano l’economia e la progettualità familiare; lei a programmare attentamente in ogni fase la crescita culturale e umana dei figli. «Ma i figli crescevano – ha avuto modo di scrivere proprio Anna nel suo diario, ora inserito nel catalogo dell’Archivio della Fondazione Diaristica Nazionale di Pieve di Santo Stefano – e avevamo bisogno di spazio e abiamo deciso di alzare un altro piano perché avevamo a mio figlio Salvatore, a mio figlio Pippo [per l’anagrafe Giuseppe] e la piccola Mariella che fu la gioia di tutti noi. Ma con questa femminuccia mio marito era felici. Ma a quei tempi non c’erano le macchine e si caminava a piedi, colle bestie o a piede e mio marito a casa veniva solo per cambiarse e per la spesa per mangiare e per vedere le sue figli perché gli animali non le poteva lasciare sole ma cera la festa della madonna e le barbiere erano chiuse e siccome io quanto mio marito era in campagna io anche chera festa io non andavo da nessuna parte e questa volta che era venuto non poteva uscire perché aveva la barba lunga e una santa vicina ci ha dato il rasoio di suo marito e lui si afatto la barba […]. Ma i miei figli erano bravi e il mio Salvatore era bravissimo tutti i giorni portava dall’elementare nelle compiti 10 e le lodi».
Non per questo Salvatore, che peraltro conviveva con problemi seri di salute, poté avere la fortuna di continuare regolarmente gli studi oltre le classi elementari. Bastò una marachella di poco conto perché il padre se lo portasse in campagna a guardare le pecore, mentre a suo fratello Giuseppe consentì di iscriversi all’avviamento professionale, che aveva una sede a Sambuca. Ma lui, il pastorello forzato, a voler credere a sua madre, «aveva sempre i libre in mano perché col animale si pascevano sole e lui si sedeva dietro un pietrone a leggere […]. Lui non frequentava ma tutti i libri di suo fratello selimparava a memoria perché la sera ci piaceva guardare la televisione». Ad un certo momento Salvatore decise di non fare più il pastore e andò a fare il manovale edile. Di lì a poco, sollecitato dai compaesani che ne apprezzavano l’intelligenza non comune e la grande passione per lo studio, si iscrisse alla scuola serale. «Il giorno – sono ancora parole della madre – se ne antava a lavorare con i muratori e al ritorno del lavoro si puliva esenantava alla scuola serale». Appena un mese dopo sostenne gli esami di licenza da esterno a Sciacca e li superò brillantemente: «di cento ragazzi fu il primo e ci hanno dato il diproma […]. Mentre mio figlio Giuseppe – sottolinea, con un misto di malcelato orgoglio e rammarico, Anna Greco Maurici – antava a l’aviamento che durò tre anni, Salvatore con un mese di scuola serale si trovava assieme a suo fratello alla scuola di meccanica e dopo tanti anni di fare il pastore e ritornato di nuovo a studiare» e a costruirsi un progetto di vita più consono alle sue condizioni di salute.
Per farla breve, la vita con Salvatore non è stata mai parca di tribolazioni, nemmeno dopo il matrimonio (1976) e la nascita dei figli Annamaria e Gaspare, anzi. Basti ricordare che Maria Teresa, la prima moglie cessò di vivere a 55 anni e la seconda, Simona, da qualche tempo ha bisogno di particolari cure mediche e assistenza. In compenso, a forza di rinunce e sacrifici suoi e della sua famiglia, Salvatore è riuscito a conseguire il titolo di studio che dopo il servizio militare gli consentì di trovare lavoro come insegnante tecnico-grafico a Mesola e successivamente a Ferrara. «Così di guardiano di pecore è diventato professore. Ma lui aveva la sua sofferenza e Dio solo sa quello che ha sofferto nella sua vita». Nel frattempo su Sambuca di Sicilia e l’intera valle del Belice si era abbattuto come castigo di Dio il terremoto del 1968, che costrinse la famiglia Maurici a svendere il gregge (che stavano per rubarle) ed emigrare in Inghilterra, da dove tornerà in migliori condizioni economiche (grazie soprattutto al lavoro di Anna) alla fine del 1975.
Quasi contemporaneamente Salvatore fu trasferito a Palermo, una sede che gli consentì di frequentare con una certa assiduità i familiari e i compaesani e – perché no? – passarvi tutti i giorni di festa e le vacanze estive, inserirsi attivamente nella sezione socialista di Sambuca, all’interno della quale prese subito netta posizione per la corrente di sinistra di Riccardo Lombardi (originario anche lui dell’Agrigentino), nella quale riscontrava le stesse idee, aggiornate ai tempi, di cui si erano nutriti gli apostoli del socialismo rurale come Bernardino Verro (cui dedicherà una poesia) e i sambucesi antifascisti, che sfidano il regime riunendosi nelle pagghialore, cui accennerà in un piccolo saggio sul banditismo locale, che tra le tante vicende umane vissute ai margini del consorzio civile, racconta quelle del rozzo masnadiero Vincenzo Capraro e altre fino allo stermino dei membri della «banda dei comunisti», che nell’immediato secondo dopoguerra si erano aggregati come «guardie rosse», per combattere contro i delinquenti che intrallazzavano il grano. A Palermo Salvatore prese a frequentare la tipografia Lo Studente (con cui pubblicò alcuni piccoli saggi) e si mise in contatto il gruppo di intellettuali che si raccoglievano attorno al critico d’arte Francesco Carbone, fondatore del Centro Studi Godranopoli, cui si deve la realizzazione di un originale museo etno-antropologico (che documentava la cultura materiale e la vita quotidiana del mondo agro-pastorale della vasta area di Rocca Busambra) e la fondazione di una biblioteca popolare e di una pinacoteca d’arte di transavanguardia, destinati ad attrare, negli anni ’80 e ’90, visitatori di tutta la Sicilia e anche di altre regioni, tra cui molti artisti, poeti, animatori culturali.
A metà degli anni ’80 Maurici entrò in rotta di collusione con il suo partito. Tutto cominciò il giorno di San Valentino del 1984, quando Bettino Craxi concordò con il Consiglio dei ministri, di cui era presidente, di tagliare quattro punti percentuali della scala mobile «per il contenimento dell’inflazione nei limiti medi del tasso programmato per l’anno 1984», indicato dall’economista Ezio Tarantelli. E l’indomani emise il decreto legge n. 10 del 15 febbraio 1984, destinato a passare alla storia come «decreto di San Valentino». L’impopolare provvedimento sostenuto, oltre che dai partiti governativi, anche da quelli di destra e dalle organizzazioni dei datori di lavoro, provocò una profonda spaccatura nella Federazione Cgil-Cisl-Uil, che culminò nella rottura del patto federativo del 3 luglio 1972: la Cisl e la Uil approvarono l’operato del governo, la Cgil si dichiarò a maggioranza contraria, ma la sua corrente socialista si allineò, con qualche dissenso, alle altre confederazioni.
Ma questo non impedì che la Cgil organizzasse una serie di manifestazioni in tutto il Paese, culminate nello sciopero generale del 24 marzo 1984 con concentramento a Roma di un milione di lavoratori provenienti da tutte le regioni d’Italia, mentre al Senato si stava discutendo della conversione in legge del decreto di San Valentino, che peraltro decadde per la dura opposizione comunista. Craxi lo ripropose e lo fece convertire nella legge 219 del 12 giugno 1984. Ai comunisti non restò che raccogliere le firme per indire il referendum abrogativo, che (dopo una serie peripezie) fu fissato per il 9 e 10 giugno 1985 e ricevette l’appoggio convinto di Democrazia proletaria e, qua e là, anche di gruppi di socialisti di sinistra. La campagna referendaria non poté, però, avvalersi della guida di Enrico Berlinguer che, colto da un malore il 7 giugno 1984 durante un comizio a Padova, cessò di vivere l’11 giugno, ossia alla viglia della conversione del decreto in legge. Il 18 settembre 1984 tacque per sempre anche la voce critica del Psi: Riccardo Lombardi. Il 27 marzo 1985 le Brigate rosse uccisero il professor Tarantelli. La campagna elettorale fu perciò particolarmente infuocata.
A pagarne lo scotto furono i comunisti e i loro alleati, sparsi per l’Italia. Tra questi il nostro Salvatore Maurici, che durante la campagna elettorale non aveva lasciato nulla d’intentato per far trionfare il sì all’abrogazione della legge sul taglio dei punti della contingenza. A Sambuca tenne addirittura comizi assieme ai dirigenti comunisti. E fu espulso dal Psi. Il provvedimento lo ferì profondamente, come se gli avessero inferto una coltellata alle spalle trafiggendogli il cuore. Sì sentì per un po’ di tempo solo, senza santi cui votarsi. Poi cominciò a trovare conforto nella Musa. Sambuca, Mosca della Sicilia, non era più nemmeno l’ombra della culla degli antifascisti che si riunivano nelle pagghialore; si era persa la memoria stessa delle belle feste del 1° maggio: «strade piene di gente/ addobbi di fiori/ rosse bandiere al vento». Sambuca è un deserto, è titolo di una poesia. «Ovunque morti ammazzati/ la mafia uccide/ gli uomini onesti/ ma qui è un deserto». E se Sambuca è un deserto, dove nessuno si fa più ammazzare per una società migliore, la conclusione non può che essere: la rivoluzione è rinviata. È questo il titolo di una poesia che Salvatore ha scritto assieme a Maria Giacone, nipote del comunista Antonino Giacone che, già negli anni roventi, aveva un passato di tutto rispetto.
L’orizzonte culturale di Maurici non coincide tuttavia con i punti focali del territorio della cittadina natia. È assai più ampio! «La sensibilità ai temi sociali – scrive Paolo Ferrera –, specialmente nel quadro etico che riguarda una maggiore giustizia, il desiderio di minore ipocrisia nei comportamenti, il ripercorrere la sofferenza nel lavoro di cui fa sentire la dignità, la natura come respiro universale e senso dell’io, fanno di Salvatore Maurici un autore da guardare particolarmente per quello che è quando scrive, perché scrive se stesso e nella verità assume di conseguenza le problematiche portanti che traversano il mondo che non è quello delle apparenze dove tutto si dice vada bene». Potrei chiuderla qui, se non dovessi aggiungere che Maurici non è solo poeta della protesta: propugna, con i suoi versi, il riscatto sociale dei ceti umili delle campagne e della nuova Apocalissi urbana, dove «è una vergogna/ il lamento di un bimbo/ che ha fame […]. Urla la madre/ e piange il figlio/ vittima del benessere/ e della droga». Il Nostro consiglia maggior coraggio e dignità a chiunque soffra, a prescindere da dove viva o il bisogno di sopravvivenza lo porti. E non è senza ragione se, dopo aver fatto rivivere uomini e donne delle generazioni passate, negli ultimi tempi la sua vis poetica si sofferma su drammi attuali. È il caso, fra gli altri, di Destrieri senza morso, metafora dell’esodo biblico dalla sponda meridionale del Mare Nostro, che vede vecchi barconi affondare e il mare accogliere «corpi ormai sfatti nel tempo», e si conclude con questi versi: «A noi/, specchi di orrori/ e di onde accoglienti cadaveri/ l’impegno di fermare l’eccidio/, apriamo le braccia del cuore/ e beviamo le lacrime/ dei fratelli smarriti». Insomma, la battaglia per una umanità più solidale non è ancora finita per Maurici. Grazie, Salvatore.

Palermo, 15 giugno 2019 – Giuseppe Oddo


POSTFAZIONE.
Quando un uomo lascia emergere il fiume della propria interiorità e il suo pensiero si fa narrazione, egli compie un atto di poesia.
In queste poesie “messe in fila” e sgranate come perle di un rosario, il linguaggio si fa ora poetico, sostanziato di parole lapidarie delineanti suggestioni, immagini. “… e rosse bandiere\bandite tradite dal vento\macchiate di sangue innocente\…e sentimenti: quel sibillar funesto\copre il sussulto della coscienza…\qualcuno a sera\alzerà un triste canto”, ora lo stile diventa immediato e giornalistico, come deve essere il linguaggio della denuncia sociale.
 E in questo pugno di parole che tante volte si vestono di bellezza poetica, si compone ed esplica un dolore esistenziale che fa di quest’uomo un poeta. Un poeta che, liberando un dolore sotterraneo a lungo represso, ripete il mito di Prometeo, gigante incatenato alla sua condizione umana, ai ceppi di una realtà spesso dolorosa e insopportabile, mentre sogna di avere le ali e innalzarsi al di sopra della miseria e dei tradimenti della vita.
         In “Bandiere Tradite”, il nostro poeta va oltre il consumarsi delle vicende politiche e sociali pur scandalose e gravi, e il suo dolore diventa canto poetico proprio perché porta l’eco universale del sogno umano che avendo costruito illusioni di un mondo più bello, più giusto, più libero, dopo la “caduta” si coagula in grumi di angoscia, per poi erompere in un flusso di protesta e malinconia.
Così l’antica contestazione politica (quanto lontano è il ’68!) prende corpo nella figura del contadino stanco e stremato, personaggio di un mondo dal sapore arcaico dimenticato nel frastuono del consumismo, questi è l’uomo che dissoda la terra, legato alla durezza del suo lavoro e alla storicità del sistema produttivo, ma è anche l’Uomo nel suo difficile rapporto con la TERRA-NATURA, è l’Uomo-poeta, il cui raro conforto è proprio  la carezza del vento che ne suscita il sorriso e ne alimenta il respiro.
Perciò forma e contenuto si allacciano quando, repentinamente, le pause di liricità vengono sommerse ora dalla rudezza della lotta sociale, ora dall’impeto ribelle suscitato dalle ingiustizie, dalle menzogne del potere, dalle sconfitte. Ma, al di sopra di tutto, “…lu tempu curri\nun si po’ firmari\e la vucca china di ventu lassa a tutti”.
Tuttavia, quando sembra che il pesante sipario del silenzio ultimo concluda i clamori del vivere e rende nichilistico il senso della vita, ecco che sotto la coltre del tempo che tende a spegnere tutto, si erge immortale il sentimento della lotta che facendosi volontà di res, rappresenta l’ambito dell’umano che si fa “voce” e messaggio destinati a durare oltre il contingente e vivere nei tempi della storia per uomini e donne che verranno. Infatti, nonostante “si spengono i ricordi\degli amori giovanili\nasceranno altri fiori\le donne incinte\figlieranno tra lacrime\e dolori di gioia\sui ruderi l’uomo\costruirà altre case…”
Conclusa la lettura di queste poesie “messe in fila”, ciò che rimane dentro è l’eco di una grande forza e le vibrazioni di un’intima, poetica malinconia, che ti penetra nell’animo come rivolo di lacrime. Archeologia di un passato che può svegliare forti malinconie in chi ha vissuto momenti di dolore, lotte, sconfitte e anche tanti sogni, grandi, così grandi da chiamarli utopie!
Ma i giovani di oggi, non capiranno. Essi sono l’oggi che non solo in piccola parte capiamo. Troppi cambiamenti in accelerazione. Altre categorie di pensiero a noi estranei. È il grande errore che ha già fatto il PCI dal 1968 in poi!
Dall’insieme delle poesie si sente un groviglio doloroso e continuo di rabbia e di dolore che non riguarda solo il sociale, ma sta nel substrato della tua anima. Perdonati Salvatore, e perdona gli altri. La vita è come un Circo Massimo, dove i gladiatori combattono e uccidono. Ora basta, amico caro. Concedi e concediti PACE, per quel che resta del giorno! Al passato non c’è soluzione. Quando abbiamo sbagliato, lo abbiamo fatto in buona fede. Tanto c’è stato dato e tanto abbiamo dato, tanto c’è stato tolto e tanto abbiamo tolto. Alla fine della vita i conti pareggiano!

Maria Giacone
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DESTRIERI SENZA MORSO

Galoppano i cavalli del mare
le lunghe criniere al vento
destrieri mai domi e senza morso
in una corsa senza tempo
la morte li trascina con se;
vecchi barconi affondano
e il mare accoglie
corpi ormai sfatti nel tempo,
avvolti in un bianco lenzuolo
chiedono pietosa sepoltura
trasmigrano al proprio Dio
assolti dal peccato di Adamo.
A noi,
specchi di orrori
e di onde accoglienti cadaveri
l’impegno di fermare l’eccidio
apriamo le braccia del cuore
e beviamo le lacrime
dei fratelli smarriti.

 

 

 

TORNA SU

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LA RIVOLUZIONE RINVIATA

Ascolta, c’è qualcosa nell’aria,
è musica ribelle,
un canto lontano:
è il vecchio Bertoli…
Compagno di strada
compagno di niente,
dimentico della tua storia
della piccola osteria da Nino
della vecchia sezione scalcinata
e dell’uomo con i baffi e dell’occhialuto
sei ora padrone
un padrone da niente,
parassita di povera gente
derisa sfruttata
ingrassato sulla pelle
dei vecchi amici.
Eppure, lontano
uomini come ulivi
che lavorano per il partito
vegliano la notte
e anziché dormire
tessono lunghi pensieri
e parole veloci
per uscire dalle fabbriche
dai campi, dalle miniere.
i tanti
incazzati sporchi neri
rossa marea travolgente.
Allora impauriti i padroni
con i figli del popolo
si faranno scudo
di carne e sangue
chiameranno i carabinieri
che verranno
spareranno
uccideranno,
la rivoluzione lascia sul campo
macchie di sangue
e odore acre di fumo
seguiranno le lacrime innocenti
le madri ed i figli
in quei giorni di lotta
aspetteranno, alcuni invano
il ritorno dei cari.

(scritta con Maria Giacone)

 

 

 

 

TORNA SU

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IL POTERE ARROGANTE

Il potere arrogante
è figlio di Caino
muta sempre nome
come pelle di serpente.
Si chiamava Pd,
ora parla come la Lega
dei leghisti ha lingua dura
e caos di pensiero stellato,
e tu, compagno smarrito
elettore stordito
volteggi in cieli ingrigiti
come sparviero
orfano di voli
oltre le alte vette
nei cieli, lontano,
prigioniero di un sogno
frantumato e svanito,
tu che gli hai dato
il tuo consenso
da innamorato tradito
gira da un altro lato
lo sguardo schifato
non guardarti allo specchio
potresti vergognarti di te stesso.

TORNA SU

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È CARNEVALE

Uscite dalle vostre belle case,
indossate un costume
e recitate la vostra parte
mostrando come fazzoletti al vento
tutte le falsità
l’ipocrisia dei gesti
la vita senza emozioni
e la maschera della rispettabilità
che vi siete scelta.
Coprite il fetore che emanate
con colonia di pregio,
ostentate la ricchezza
gli stupidi oggetti d’oro
e vantate
il conto in banca
i soldi rubati
con un sorriso mesto
e avidità mai doma.
Vantatevi, stupidi borghesi
avete succhiato sangue umano
e sentite la coscienza a posto;
siete massoni, religiosi, finanzieri
in tasca un santino misericordioso,
e un prete sempre ruffiano
che vi riappacificherà con Dio.
Oggi è il vostro giorno
mostratevi allegri
e lasciate agli altri
il piacere di sognare.

TORNA SU

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IGNARI PEZZETTI DI CARTA

Ignari pezzetti di carta
insudiciate da mani criminali
volano per l’aria
sospinti dai gelidi venti del Nord
accompagnati da voci assassine,
uccidono ogni giorno
il vitello grasso
e ne fanno allegri banchetti
applaudono i loro sacerdoti
i loro leader.
Applaudono e urlano,
ridono sgangheratamente
beoni e ladri di democrazie
si esaltano.
Volano innocenti pezzetti di carta
in un sabato sera
un foglio già scritto
insudiciato da mani fasciste
da ladri, da stupidi schiavi
da sempre ubbidienti ai padroni
adesso sventolano nuovi vessilli
ma sono sempre le stesse
le mani che le agitano
e fremono,
aspetteranno invano
il loro riscatto.

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PER RICCARDO ORIOLES

Le pipe erano tante,
la cenere copriva ogni cosa
la parola balbettava, sicura
e parlava di Sicilia, di storia
di mafie e di corruzione
vissuta sulla sua pelle
mai domo lo spirito,
sorrideva ogni tanto
con dolcezza e…tirava di pipa
il fumo le faceva l’aura
che fisico raccolto, sofferente
un guerriero pareva!

TORNA SU

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ERA UNA CAGNA

Era una cagna
dal pelo rossiccio
si dava a tutti con foga;
uomini e bestie
senza mai avere vergogna,
riempiendo il mondo
di tanti randagi
affettuosi anche loro
e disposti a leccare
chiunque dava loro
un po’ di cibo, una carezza,
tanti bastardi in giro
dal pelo rossiccio
e dal sesso sempre pronto
vogliosi di fare l’amore
ad ogni angolo buio,
a mostrarsi docili
fedeli solo a se stessi
in giro per il mondo
in cerca di cibo
e di tante emozioni
di tutti quegli amori
che era possibile avere.

TORNA SU

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LA PALUMMA NUN VOLA

Sfila la genti pi strata
e grida paroli di paci
e l’aria rispira, si culura,
la paci havi la vuci
di sta genti chi ajsa la bannera,
la palumma vola
russa di gloria
di lu sangu di tanti ‘nnuccenti.
Oggi la paci è pi strata
contro la liggi di li putenti
chi vonnu li nostri figli
armati, sudati, arraggiati
chi ammazzanu li propri frati.
Intanto la palumma nun vola
firria vascia,
‘ntunnu ‘ntunnu la funtana
aspetta…aspetta ancora
chi finisci la guerra
chi la gente torna e si abbrazza.

 

 

 

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VANTATEVI

Chiusi dentro le vostre belle case,
recitate la vostra parte
mostrando come fazzoletti al vento
l’ipocrisia dei gesti
la vita senza emozioni
e la maschera della rispettabilità
che vi siete scelta.
Coprite il fetore che emanate
con colonia di pregio,
ostentate la ricchezza
gli stupidi oggetti d’oro
e vantate (con discrezione)
il conto in banca e i soldi rubati
con un sorriso mesto
e avidità mai doma.
Vantatevi, stupidi borghesi
avete succhiato sangue umano
ma avete la coscienza a posto;
siete massoni, religiosi, finanzieri
in tasca un santino misericordioso,
avrete sempre un prete ruffiano
che vi riappacificherà con Dio
anche quando
gli avrete fatto pagare la decima.

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L’UOMO D’ARGILLA

Il vecchio stazzone
lo ricordo ancora,
aveva il suo centro
nel pozzetto dell’impastatrice,
dal suo marchingegno
partiva una lunga pertica;
quella la spingeva
un uomo forte.
Per impastare l’argilla
a gambe nude
in una vasca
scendeva mio zio
e mestava la mauta:
lui era un uomo d’argilla!
Cilindri di creta erano
le sue gambe
prima lucenti fresche, vive
terre secche poi
con piccole croste spaccate
legate alla pelle
ai peli, avviluppate a mosaico,
Intanto l’argilla
che agili mani plasmavano
assumeva forme
di brocche, tegole e pentole,
che fuoco eterno rendeva.
Poi lo zio, stanco sedeva
sotto i pampini
di una vecchia pergola;
era l’ora del pranzo,
da li aspettava
qualcuno dei familiari
mani amorose avrebbe portato
una gavetta di minestra fumante
un pezzo di pane e due olive.

 

 

 

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ADDIO MARX

Amico Marx, addio
il tempo cambia
la gente ama cambiare padrone.
Quanto bene hai fatto
amico barbuto,
ma tutti dimenticano
adesso applaudono altri
i loro amici fascisti,
ancora torceranno il collo
agli sciocchi plaudenti,
toglieranno il pane di bocca
alla povera gente.
Alcuni gridano:
Marx addio!
Questa volta abbiamo vinto.
Ultime illusioni gridate
uomini in armi
di solito violenti;
il potere è sempre crudele!
Intanto nell’ombra
qualcuno sogna la libertà
la fraternità verso gli ignoti
che voglia di rinascere
ancora
tra uomini liberi.

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BENNARDINO VERRO

Sicilia in fiamme
lamentar di foglie arse
onda furiosa
battente gli scogli.
Vaga tra sassi e rovi
tra zolle insanguinate
Bernardino Verro,
esule in Africa
colui che quella terra
forti speranze alimentò
fiumane scalze di contadini
di stracci coperti,
eroi sconfitti
disposti a morire
per libertà e riscatto.
Ma la sua terra
ingrata e malvagia
che ha ucciso Verro
già ne sputa le ossa,
e, come ombra vaga
di lui ormai si ricorda
solo il vento
che soffia sulla tomba.

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SVENTOLANO I PANTALONI

Ho i pantaloni
che svolazzano
guardano indietro,
elementi piccoli borghesi.
Rigurgiti sensuali maschilisti
per la campagna,
qualcuno trangugia
saliva e slogan
contro i padroni;
sulle aste
messe a sventolare
reggiseni strappati,
i pensieri nascosti
di chi pensa
che le infedeltà coniugali
valgano di più
delle lotte di classe.

 

 

 

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SAMBUCA È UN DESERTO

Ovunque morti ammazzati
la mafia uccide
gli uomini onesti
ad essa ostili,
ma qui è un deserto.
nessuno muore
non ci sono funerali
che strano paese
le lapidi da scoprire
e i lunghi cortei
sono la storia
di anni lontani,
la richiesta di libertà
i sogni irreali.
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Si sorridono tutti
attenti alle parole
che ciascuno pronuncia
e a quelli, tanti,
che ti stanno vicino
ad ascoltare i tuoi pensieri.
Qui è peggio che altrove
nessuno muore per mafia,
muore la speranza
in ognuno di noi.
Il futuro che poteva essere
di uomini liberi
ed invece tutti ascoltano
i battiti veloci del cuore.
Devono ancora succedere tante cose
perché qualcuno alzi la testa,
perché non succeda ancora
che un carrubo
estirpato da mano criminale
sia ripiantato di notte,
al buio, quasi a vergognarsene.
Quei criminali, paurosi,
hanno sradicato il carrubo
protetti dalle ombre:
che tristezza sapere
che le persone per bene
come sciacalli
si nascondono tra le ombre.
A nessuno piace la luce
ma che confusione di ruoli…
le armi minacciano
uccidono a volte
e qualcuno di noi
cade per terra
mentre il selciato
si macchia di sangue.
La natura continua
il suo ciclo vitale
così l’ingordigia dell’uomo
la sua voglia di potere
ma i conti saranno saldati
le campane suoneranno invano
la falsa gioia
come falsi quegli uomini
che s’incontrano per strada.

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IL PRIMO MAGGIO

Pi lu primu maggio, a la matina
‘na vota truvavi li sciuriddi gialli
a tutti li porti di li casi, a la Sammuca,
tuttu lu paisi facìa festa
picchì eranu tutti cumpagni
ed era la festa d’iddi e nostra!
C’era la banna chi firriava lu paisi
ajnchennu di musica
tutti li strati scuri e scarsi;
era lu suli pi tanta genti!
Ora tuttu stu orgogliu d’un paisi
nun lu trovi cchiù, muriu!
Li vecchi cumpagni, dignitusi e fieri
Senza guida, vannu scumparennu,
li figli ficiru li scoli, sunnu maistri,
pi nenti divintaru servi
di quattru lazzaruna!
Vonnu lu postu pi nun fari nenti
di li vecchi patri si vinneru la dignità.
‘Ntantu li beddi sciuri di majiu
siccanu a li finarduna scunsulati
aspettannu che quarchi manu putenti
li spingi auti ‘ncelu comu ‘na bannera!

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SOLE NASCENTE

Al chiarore dell’alba
spunta la Stidda Diana
guida sicura
per passi incerti
della povera gente.
Sole nascente
stella del socialismo
superba ti ergi in cielo
a guida del proletariato;
massa inerte e pigra!
Scuoti le inutili membra
e sulla scia dell’astro
inizia sicuro il tuo cammino,
avanza in silenzio
e non cambiare al primo vento
sii roccia salda
che non sfalda il martello
sole nascente
guida del Socialismo.

 

 

 

 

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PADRONE DEVI MORIRE

Vedo i miei figli
gridare per fame
mentre i tuoi, Padrone
hanno la pancia piena
e ridono felici.
Il sudore della mia fronte
irriga i tuoi campi
e le zolle si fecondano
diventano campi di grano
e alberi dai frutti color oro.
Tu, Padrone
gioisci
ti riempi la pancia
a me lasci gli avanzi
ed ogni notte
odo il mio stomaco
brontolare per fame,
io rifiuto il tuo cibo
gli avanzi
sono per i maiali
per questo ti dico:
padrone, devi morire
perché io possa salvarmi.

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E VENNE

E venne il Tiranno
ed impose le sue leggi,
assurdo e brutale
costrinse la gente
a camminare
entro recinti
di filo spinato;
“proprietà privata”,
egli proclamò.
E venne lo speculatore
che per far soldi
imprigionò l’aria
e l’acqua di fonte
beni di tutti
tutti pagarono
insensibile al loro dolore.
E venne il poeta
con le sue povere vesti
il cuore ridente
i suoi versi potenti
abbatterono recinti,
e dissero: “l’aria è di tutti”!
I bambini tornano a giocare
su macerie polverose,
i muri di Berlino
sono tanti
tutti si possono abbattere.

il cielo.

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LA FESTA DEI LAVORATORI

E venne il 1° Maggio
festa dei lavoratori
strade piene di gente
addobbi di fiori
rosse bandiere al vento.
Un prete, sul pulpito
lancia anatemi:
“Tutto quel rosso
a Dio non piace,
ama i candidi gigli
il vessillo e la croce”.
Qualcuno che ascolta
pensa a tutti i morti, alle stragi
consumate dalle nere sottane
in nome di Dio,
hanno ucciso Giordano Bruno
dopo averlo giudicato infedele,
stuprato bambini
e oggi minacciano i lavoratori
solo perché sono
di falce e martello seguaci
uomini, indegni
di essere chiamati tali.

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LA TAVERNA

Uomini immusoniti o brontolanti
altri ciarlieri
sistemati alla rinfusa
là, sopra dei banchi
se ne stanno in compagnia
di poco di buono e sfaccendati.
La brezza serale
avvolge leggera le cose
ed i pochi abitanti.
Portato dal vento
un suono di fisarmonica
sale al cuore
di quegli uomini rudi.
Tintinnano i bicchieri colmi
così fino a tarda notte
per tenere lontano dalle menti
il pensiero del lavoro che manca.

 

 

 

 

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LOTTE POLITICHE

La gente stamattina
fa gran festa;
canti e urla
sventolio di bandiere.
Stasera il capo comunista
parlerà al suo popolo
chiede a tutti il voto
per avere più democrazia
più libertà per il proletariato.
A sera
anch’io come tanti
mi reco a Piazza Carmine
per ascoltare il comizio.
È fantastico –ho pensato-
euforico come gli altri, grido:
-Viva il socialismo!-
E vidi quella sera, un po’ appartati
il capopopolo e il suo rivale
parlottare a lungo,
cosa si dicevano?
Colsi appena qualche frase:
-Stai tranquillo, compare mio
il dieci per cento dell’appalto è tuo
se le elezioni le vinco io!

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HO VISTO

La povera gente
farsi uccidere
per i propri ideali
litigare politici e potenti
per accrescere il loro benessere,
ho visto
il pianto dei vecchi,
soli abbandonati a se stessi.
Che tempi sono i nostri?
Ma sarebbe questo il Duemila?
Abbiamo soldi, benessere,
ma non ci danno gioia
il tempo continua a scorrere
siamo stati sconfitti
i valori che ormai contano
sono legati al denaro
al benessere ottenuto a tutti i costi
e a pagare il conto
sono sempre gli stessi;
i poveri cristi
a loro non serve protestare;
le loro bocche macinano parole
che nessuno ascolta
sono piene di vento!

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COMPAGNO

Aprire gli occhi all’alba
lavorare impugnando la zappa
tornare a chiudere gli occhi
dormire,
compagno è la tua vita!
Nessuno ti ferma se sei sfinito
Né trovi qualcuno che ti offre dell’acqua
se l’arsura la gola ti serra,
i colpi di piccone
violentano la terra
e segnano la tua vita.
Gli occhi ti brillano di gioia
se la brezza
il volto ti sfiora, leggera
se l’afa del pomeriggio
lascia alla sera.
Ti accalori la sera
in una stanza angusta;
stasera in sezione si discute
di occupare le terre del padrone.

 

 

 

 

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PADRONE TIRANNO

Padrone lasciami vivere!
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Questa vita tribolata,
la fame di ogni giorno
mi fa chinare la testa
e mangio il mio orgoglio
a tutte le ore del giorno.
-Voscenza benedica e servo vostro-
Devo gridare quando t’incontro
Ma la tua arroganza sputerei.
padrone maledetto,
devo umiliarmi
e spero tu possa morire
ma altri verranno
ancora a sgridarmi;
fino a quando sarò uno schiavo!

 

 

 

 

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LE BANDIERE TRADITE

Quanti morti ammazzati
tanti i loro assassini
da sempre sconosciuti,
ignoti.
Ad ogni morto sull’asfalto
la gente manifesta in piazza
urla e spinge
e agita al cielo
rosse bandiere;
tradite dal vento
di sangue innocente macchiate.
Ustica e le sue menzogne
Gladio e i manganelli
e le bombe misteriose,
e i tanti volti del potere.
La piazza urlante
fronteggia i poliziotti
e dalla schiera tumultuosa
una voce sovrasta;
“Siamo tutti compagni”!
Ma il sibilo
dei spietati randelli
coprono le coscienze
di fantocci in divisa.
Perché scende in piazza quella gente?
Per fare che cosa?
Qualcuno oggi cadrà
Sull’asfalto rosso di sangue
ancora una lapide
e bronzee parole
incise a ricordo.
Qualcuno a sera
eleverà un triste canto
e la povera gente
pagherà il conto.

 

 

 

 

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ASFALTI BOLLENTI

Una generazione
la mia
che si butta alle spalle
mondi d’ipocrisia.
Scarpette e jeans
in viaggio per le strade
tra asfalti bollenti
che grondano maledizioni,
nell’attesa di un passaggio
verso lontane mete, sconosciute.
Le strade del mondo
piene di sudori
e la certezza
che qualcosa è morta…
Dio è morto!
E si affievolisce l’illusione
di potere trovare
nuovi valori.
Allora è meglio
distendersi sotto le stelle
ad ascoltare i mille rumori del silenzio
e il cuore che batte
pieno d’emozioni.

il cielo.

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25 APRILE 1996

Tanti compagni
vestiti a festa
passeggiano in piazza
con le mani in tasca,
i volti sono allegri
per la vittoria.
Più in là
degli stronzi borghesi
e i loro servi
con volti scuri!
Gente falsa, perbene,
sono tornati i compagni
determinati e forti
come in altri tempi,
qualcuno canticchia ancora:
“Trionferà Bandiera Rossa”!

 

 

 

 

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TI HO RIVISTA

Ti ho rivista
dopo tanti anni;
eri giovane allora!
La testa piena di sogni
il mondo tra le mani
che volevi cambiare,
intanto ci giocavi
avvicinandoti alla fiammella
come una farfalla,
ti sei bruciata le ali
i sogni più belli.
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Ti ho rivista
dopo tanti anni
ancora ricordavo
il tuo volto di giada.
Gridavi slogans
contro le guerre
il pugno chiuso
quasi a minacciare
i poliziotti antisommossa,
“i servi del potere”!
era il ’68 allora
e Firenze ribolliva
dentro una rivoluzione
che si macchiava di sangue.
.
Ti ho rivista
ancora oggi
dopo tanti anni,
sei diversa
ma ti ho riconosciuta
dall’odore della mirra
che accompagna i tuoi passi,
ho incontrato il tuo sguardo
e mille emozioni
sommerse, frustrate
si sono riconosciute
lentamente, con rabbia
uno scontro spietato
che ha frantumato
mondi lontani
e pulviscoli di stelle
si sono alzate
a coprire pietose
le povere cose della terra.

 

 

 

 

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A VOI BORGHESI

A voi borghesi inetti
che volete imitare
a tutti i costi
chi vi ha preceduto,
a voi che marcite
nelle vostre case
belle, prive di calore
ipocrite,
circondate di mille oggetti
inutili e costosi,
continuate a succhiare il sangue
della povera gente.
.
Voi che mai in vita
avete amato col cuore
ridete del poeta
perché ha scelto di vivere
rompendo le ipocrisie
dentro cui voi vi crogiolate,
insensibili ormai
ad ogni emozione,
mantenendovi fedeli
ad una triste immagine,
indossate voi furbastri
le maschere tristi
di mariti modelli.
Andate per le vie
del vecchio paese
e mostratevi a lungo,
sorridete poi, ipocriti
ad ogni sguardo indagatore
e così, ogni giorno
finché sarete in vita,
sarete bravi attori
recitando voi stessi,
raccoglieteli gli applausi
vi sono dovuti,
essi sono la vostra paga
perché avete posto
fuori la porta di casa
la vita vera!
.
Voi che…
vi chiudete la bocca
gli occhi, il naso,
che impedite
al cuore
di pulsare emozioni,
voi condannati
a vivere senza amore
a morire
dopo una vita agonizzante,
aprite gli occhi
almeno in punto di morte
e guardate com’è sereno
il cielo, le stelle che brillano,
tutte le ricchezze
che state per lasciare;
lo sforzo di una vita
è tutto perso!

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ANTICHE STRADE

Ripercorro antiche strade
vecchie trazzere polverose
un viaggio ripetuto
come un vecchio sogno
alla ricerca del calore
d’ideali forti
di vecchi amici ormai scomparsi
nel pressappochismo del luogo.
Sambuca quante bandiere tradite
l’altare per Granisci
i comunisti, il corso
mercato delle ultime illusioni.
Stanno in gruppi, soli
gli ultimi braccianti
a ricordare lotte antiche
le bandiere rosse, stinte
piantate sulle terre dei padroni
i fucili della mafia pronti
e per l’aria un canto a difesa
“Bandiera rossa che trionferà”.
Hanno gli occhi vuoti, lacrimosi
i crani lucidi al sole
rassegnati come allora,
quando erano servi dei padroni,
parlano tra loro, a gruppi
a pochi passi, vicini
ragazzacci ridono a frotte
parlano del posto di lavoro
di un favore ottenuto
vendono il voto, il corpo
l’anima marcisce lentamente,
ridono….chissà poi per cosa
ridono di quei vecchi
colpevoli di essersi nutriti
d’ideali, di sogni.
Poveri vecchi contadini
amici miei, compagni
che avete osato sognare
ad occhi aperti!
Il consumismo ha vinto
e tutti sono suoi marciapiedi
battono senza ritegno
illusi, perbenisti
incapace di comprendere
che sono tornati schiavi
intenti ad inseguire fantasmi
a pronunciare parole vuote
gli amori sempre comprati
individui morti
che aspettano d’essere sepolti
appena seguiti da lacrime ipocrite
dal canto degli uccelli
che continuano a volare alti
durante la stagione degli amori.
Terra amara, terra amata
donna dai molti peccati
che gode mostrarli
una ferita sempre aperta
virulenta, infetta
che non si rimarginerà mai!

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STRACCI ROSSI

A cosa serve vivere,
amare e poi soffrire
se l’esistenza si racchiude
in uno spazio tanto breve
e poi il buio che inghiotte
tutto ciò che è stato,
le belle cose
che andranno in rovina
il vento soffierà nugoli di polvere
sopra uno straccio rosso
una vecchia bandiera
abbandonata in un canto,
speranze vane
tante illusioni andate a male.

 

 

 

 

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CONTADINO ADDIO

Sofferenza di un uomo
il suo volto
solcato da profonde rughe:
le sue stimmate!
Gli occhi stanchi
eppure luminosi di vita
alla ricerca di un appiglio
che li faccia sognare,
una vita spesa
tra grandi privazioni
mentre il padrone
ne succhia il sangue,
addio bracciante
lascia nei campi ogni speranza
Marx è morto
seppellisci tra i solchi
tutte le tue illusioni
dopo la tua morte
verranno altri dal mare.

 

 

 

 

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TUTTO FINISCE

Un non credente
attraversa il mondo
con la solitudine fedele
compagna per la vita
struggente e disperata,
avrebbe fatto comodo
appoggiarsi ad un bastone
a un Dio compiacente.
Andare avanti sempre
scacciando
pensieri molesti
pensieri che danno tremori
antiche paure
lasciare tutto
dietro le spalle
trascurare impulsi
percezioni divine
e il Dio sconosciuto
terribile
che scaglia folgori!
La certezza
che tutto finisce
quando il corpo muore.
Tutto finisce,
le stagioni, i fiori
si spengono
gli amori giovanili
i ricordi le emozioni.
Nasceranno ancora fiori
su ruderi
copiose le lacrime
donne incinte
partoriranno ancora con dolore
altri templi sorgeranno ancora
altre religioni
la polvere ancora continuerà
questi mondi a coprire.

 

 

 

 

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LA LIBERTA’

Libertà, bene supremo
di te si scosta
falsità ed inganno,
libertà,
a volte uccidi
i sentimenti
quando essi sono vissuti
come stupide cose,
Libertà,
ti ho difesa
anche quando
mi hai delusa
Libertà,
quando sei esosa.

 

 

 

 

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LA CAMICIA NERA

Carlo era un bravo giovane
un contadino di incerti natali;
indossava una camicia rattoppata
prima mostrava la pelle al sole.
Adesso ha una camicia nera
che gli copre le braccia
ed è sempre arrabbiato
nervoso come un cane
per troppo tempo
al palo legato.
Carlo scorrazzava libero
sui campi del padrone
libero, a suo dire,
di azzannare qualche bracciante
colpevole pure lui
di non potere scappare
lontano dai maledetti padroni.

 

 

 

 

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LOTTA DURA

Andare sempre avanti
è legge di natura
s’impone ai lavoratori
lotta dura contro i padroni.
I tempi sono cambiati
ci dicono i capitalisti
i salari sono bassi
ed il figlio di Cipputi
a stento riesce a studiare,
possiede un vecchio motorino
che scoppia per la strada
inquinando l’aria;
i tempi cambiano
qualcuno viene a dirci
eppure i problemi dei lavoratori
sono sempre più gravi.

 

 

 

 

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AD UN COMPAGNO

Non illuderti
che il padrone possa cambiare,
lui è nato duro
per poterti convincere facilmente.
Ma arriverà il giorno
in cui sarai libero,
tu stabilirai le regole
del lavoro prodotto.
Quando la notte è buia
il giorno si approssima
non accettare il velo
di un falso benessere.
Lotta, non sentirti mai stanco,
ad una buona paga
preferisci l’orgoglio;
uomo sino in fondo!

 

 

 

 

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BANDIERE E STRACCI

Ancora la guerra verrà a trovarci
e certo non sarà l’ultima
ci saranno uomini armati
che si guarderanno con odio;
vinti e vincitori
ma fra la povera gente
tutti avranno perso.
Questo i poveri lo sanno
perciò odiano le guerre
ma non le rifiutano
e vanno a morire in silenzio.

 

 

 

 

 

TORNA SU

 

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