INFERNO – Canto III

Sulla porta dell’inferno un’epigrafe promette, a chi varcherà la soglia, disperazione e dolori eterni, ma Virgilio invita Dante a deporre ogni forma di timore e ogni perplessità; poi, presolo per mano, con volto rassicurante, lo fece entrare. Nel buio profondo il Poeta è dapprima colpito da un orribile clamore noi voci, poi intravede un numero sterminato di anime che instancabilmente corrono dietro un vessillo: sono le anime degni ignavi.

Insieme ad esse si trovano anche quegli angeli che si erano dichiarati neutrali quando Lucifero insorse contro Dio. La pena degli ignavi è avvilente, spregevole: mosconi e vespe li pungono a sangue e il sangue è succhiato ai loro piedi da vermi ripugnanti.

Quella turba anonima Dante riconosce colui che, per pusillanimità, rinunciò alla cattedra di Pietro per la quale era stato prescelto (forse Celestino V). Proseguendo nel loro cammino i due poeti giungono sulla riva del fiume Acheronte, dove si raccolgono tutte le anime dei peccatori in attesa di essere traghettate sull’altra sponda da Caronte. Il nocchiero svolge il suo compito senza parlare: ordina alle anime di salire sulla barca facendo loro dei cenni, e, se qualcuna mostra di voler indugiare, la percuote col remo

Caronte, accortosi che Dante è ancora in vita, lo ammonisce a tornarsene sui suoi passi, ma Virgilio lo costringe al silenzio rivelandogli che il viaggio del suo discepolo si compie per volere del cielo. Improvvisamente la terra trema, e, mentre un lampo di luce rossa squarcia le tenebre, Dante perde i sensi.

 

 

 

 

1 – PER ME SI VA NELLA CITTÀ DOLENTE
PER ME SI VA NELL’ETTERNO DOLORE
PER ME SIN VA TRA LA PERDUTA GENTE.
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4 – GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE:    
FACEMI LA DIVINA POTESTATE,
LA SOMMA SAPIENZA E ‘L PRIMO AMORE.
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7 – DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
SE NON ETTERNE, E IO ETTERNA DURO.
LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’ENTRATE.

.10 – Queste parole di colore oscuro
vid’ io scritte al sommo d’ una porta;
per ch’ io: «Maestro, il senso lor m’ è duro».
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13 – Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogni sospetto;
ogni viltà convien che qui sia morta.
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16 – Noi siam venuti al loco ov’ io t’ ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’ hanno perduto il ben dell’intelletto».


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19 – E poi che la sua mano alla mia pose
con lieto volto, onde’ io mi confortai,
mi mise dentro alle segrete cose.
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22 – Quivi sospiri, pianti e alti guai
risuonava per l’aere senza stelle,
per ch’ io al cominciar ne lagrimai.
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25 – Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
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28 – facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

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31 – Ed io ch’aveva d’orror la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’ io odo?
e che gent’ è che par nel dolor si vinta?»
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34 – Ed elli a me: «Questo misero modo
tengo l’anime triste di coloro,
che visse sanza infamia e sanza lodo.
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37 – Mischiate  sono a quel cattivo coro
della angeli che non furono ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé foro.
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40 – Caccialli i ciel per non essere men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
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43 – E io: «Maestro che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa si forte?»
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
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46 – Questi non hanno speranza di morte,
e la loro cieca vita è tanto bassa,
che invidiosi son d’ogni altra sorte.
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49 – Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniamo di loro, ma guarda e passa».


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52- E io, che riguardai, vidi una insegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogni posa mi parea indegna;
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55 – e dietro le venia si lunga tratta
di gente, ch’ io non averei creduto
che ‘morte tanta n’avesse disfatta.
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58 – Poscia ch’ io ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltà il gran rifiuto.
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61 – Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta de’ cattivi,
a Dio spiacenti ed a’ nemici sui.
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64 – Questi sciagurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi, stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.
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67 – Elle rigavano lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, ai lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
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70 – E poi ch’ a riguardare oltre mi diedi,
vidi gente alla riva d’un gran fiume;
per ch’ io dissi: «Maestro, or mi concedi
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73 – ch’ i’ sappia quali sono e qual costume
le fa di trapassar parer si pronte,
com, io discerno per lo fioco lume».

76 – Ed elli a me «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
sulla trista riviera d’Acheronte».

79 – Allor con gli occhi vergognosi e bassi,
temendo no ‘l mio dir li fosse grave,
infin al fiume del parlar mi trassi.

82 – «Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo
gridando: «Guai a voi, anime prave!

85 – Non isperate mai veder lo cielo:
i’ vengo per menarvi all’altra riva
nelle tenebre etterne, in caldo e gelo.

88 – E tu che se’ costì anima viva
partiti da da codesti che son morti».
Ma poi che vide ch’ io non mi partiva,

91 – disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».

94 – E ‘l duca lui: «Caron non ti crucciare:
volsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

97 – Quinci fur quete le lanose gote
al nocchiero de la livida palude,
e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

100 – Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattieno i denti,
ratto che ‘nteser le parole crude:

103 – bestemmiavano Dio e lor nascimenti,
l’umana spezie e ‘l luogo e ‘l tempo e ‘l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.

106 – Poi si raccolser tutte quante insieme,
forte piangendo, alla riva malvagia
ch’attende ciascun uomo che Dio non teme.

109 – Caron demonio, occhi di bragia,
loro accennando, tutti li raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia.

112 – Come d’autunno si levan le foglie
l’una appresso dell’altra, fin che ‘l ramo
vede alla terra tutte le sue spoglie,

115 – similmente il mal seme d’Adamo
gettarsi di quel lito ad una ad una,
per cenni come auge per suo richiamo.

118 – Così sen vanno su per l’onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s’aduna.

121 – «Figliol mio» disse ‘l maestro cortese,
«quelli che moiono nell’ira di Dio
tutti convengon qui d’ogni paese:

124 – e pronti sono a trapassar lo rio,
chè la divina giustizia li sprona,
si che la tema si volve in disio.

127 – Quinci non passa mai anima bona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere ormai che ‘l suo dir sona».

130 – Finito questo la buia campagna,
tremò si forte, che dello spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.

133 – La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia,
la qual mi vinse ciascun sentimento;

136 – e caddi come l’uom che ‘l sonno piglia.