Giuseppe Sparacino – Tutto per una “S”


PRESENTAZIONE
PREFAZIONE
PRIMA INFANZIA
NEL PAESE DOVE SONO NATO
SEDI SCHIENA E MALIPATIPANZA
MIA MADRE
IL LAMENTO NOTTURNO DEL CUCULO
LA SCUOLA
ADRAGNA
I MIEI PICCOLI SOGNI
MANOVALE A DODICI ANNI
IL PRIMO AMORE
LE PRIME ESPERIENZE SESSUALI
 

La “S” del titolo è una “S” davvero importante! È la lettera per cui la parola “oggetto” diventa “soggetto”. È la logica conclusione e anche la premessa necessaria e fondamentale delle memorie di Giuseppe Sparacino. Una vita “esemplare” la sua: nato a Sambuca di Sicilia, in Sicilia, Giuseppe emigra a Prato a sedici anni per cercare lavoro; ritorna nel paese natale per il servizio militare prima e poi per aiutare i genitori dopo la scomparsa di un fratello muratore, morto per incidente sul lavoro. La sua integrazione con il paese siciliano è totale, come segnalano queste memorie piene della vita e della cultura locale, come le espressioni (le volte che il padre tentava di riposarsi, ala madre gli diceva: “sedi schiena e malipatipanza”, riposa schiena e patisci la pancia), i cibi, la mentalità (tutte le volte che il padre usciva di casa, puliva scrupolosamente le scarpe, magari anche con il nero fumo della padella) che ne fanno anche un prezioso testo di antropologia; e come pure segnala il fatto che divenne il segretario della locale sezione del PCI, alla testa delle lotte per i diritti dei braccianti.
A ventiquattro anni Giuseppe torna definitivamente a Prato, dove comincia a  lavorare come operaio tessile. Nella città toscana continua l’attività di impegno nel partito e nel sindacato; diventa consigliere del Comune di Prato e poi dal 1985 al 1995, sindaco di Cantagallo e presidente della Comunità montana.
Quando dalla fine del libro cerca di trarre una conclusione, Sparacino fa una affermazione importante: «Se vado in Sicilia mi sento mezzo toscano, e se sono in Toscana mi sento mezzo siciliano» e «’Un sacciu cchiù soccu sugnu»: a volte pensa che non bisognerebbe mai emigrare; ma alla fine ciò che conta nella vita è e rimane quella “S”, quella piccola lettera che però cambia il destino di un uomo.

Il libro di Giuseppe Sparacino è stato scelto dalla giuria del Premio LiberEtà,
promosso dalla rivista dello Spi Cgil in collaborazione con la
Fondazione Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano,
in occasione dell’edizione 2003 del concorso


 

In copertina:
Giuseppe Sparacino
ritratto nel maggio del 1943,
all’età di tre mesi,
in braccio alla madre Paola Riggio.

Dedica :
A Giulio e Pietro
i fiori oltre la vita


PRESENTAZIONE

La pubblicazione di questo libro rappresenta il positivo esito di alcune scommesse.
La più impegnativa è quella dell’autore, Giuseppe Sparacino, e, su questa, non aggiungiamo nulla a quanto espresso con straordinaria intensità nel suo racconto e negli esaurienti contributi pubblicati a commento dell’opera.
La scommessa su cui vogliamo richiamare l’attenzione riguarda invece quella della cornice in cui quest’opera si è collocata: il Premio LiberEtà-Archivio diacritico Pieve Santo Stefano “per una vita di lavoro e d’impegno sociale”.
L’autobiografia di Sparacino, Tutto per una “S”, è stata selezionata tra le opere finaliste dell’edizione 2003 ed è, indubbiamente, tra le storie più belle che abbiamo avuto il piacere di leggere in veste di giuria del concorso. Questo premio, che è ormai giunto quest’anno alla sua settima edizione, è nato dalla collaborazione tra la nostra rivista mensile LiberEtà e l’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano, fondato da Saverio Tutino.
L finalità del concorso consiste nella ricerca e nella tutela di memorie del mondo del lavoro. Un mondo del lavoro che rischia di scomparire nella percezione collettiva, e che invece viene rievocato e valorizzato dalle testimonianze dei tanti uomini e donne, che si sono impegnati nelle lotte per la conquista di dignità e diritti nel lavoro, che hanno speso le loro energie e le loro intelligenze per costruire una migliore prospettiva di crescita civile e sociale.

L’altra scommessa, che possiamo considerare come vinta, riguarda il contesto in cui il libro viene pubblicato. Si tratta della collana speciale di LiberEtà che edita e diffonde, accanto ai testi dei vincitori, le opere più significative pervenute attraverso il Premio. Si tratta di un progetto-obiettivo che in questi anni abbiamo perseguito con pazienza e tenacia raggiungendo il numero di ben… dieci pubblicazioni. E questo sforzo editoriale è stato portato avanti perché siamo fermamente convinti che aumentare la conoscenza del patrimonio che questi diaristi “speciali” ci affidano, rappresenti per tutti noi, nello stesso tempo, una opportunità da cogliere e un dovere da assolvere.
Nell’edizione 2003 la giuria ha voluto segnalare l’interesse per quest’opera; la casa editrice ha accolto la proposta con la sua pubblicazione; il Sindacato dei pensionati di Prato, con il contributo dello Spirito della Toscana, ha inteso rafforzare, con la presentazione, una discussione sulla propria memoria collettiva di comunità operaia che ha saputo aprirsi agli apporti di tante e diverse esperienze e provenienze.
Ma la scommessa ancora tutta da giocare è quella rappresentata dal consenso che questo libro incontrerà. Noi siamo convinti che meriti un successo e, sinceramente, ce lo auguriamo.
La conferma verrà misurata sia dal livello di diffusione, la quantità di lettori e lettrici che saranno interessati alla sua lettura, sia anche dalla qualità della riflessione che saprà suscitare su quelle grandi questioni che la storia di un “mezzo siciliano e mezzo toscano” ci propone.
Una riflessione quanto mai necessaria per dotare la nostra comunità, nazionale e internazionale, di maggiore comprensione e solidarietà per i migranti di tutte le epoche e di tutte le terre e per cogliere appieno il valore dell’integrazione e della conoscenza fra diverse culture.

Anna Buti
Segretaria generale
Spi Cgil Prato

Alba Orti
Progetto memoria
Spi Cgil


PREFAZIONE

Leggendo il libro Tutto per una “S” di Giuseppe Sparacino, si penetra una una storia di vita carica di esperienze umane amaro-dolci e tematiche socio-culturali che vanno al di là del percorso individuale, per intrecciarsi con avvenimenti caratterizzanti l’ultimo scorcio del XX secolo.
Passando al setaccio stralci del suo vissuto, meditando e riflettendo, Giuseppe, riesce a mettere in risalto quanto il suo modo di guardare il mondo e di concepire la natura umana sia diventato via via più attento e sensibile. Mai, però, nel corso degli anni, ha accantonato e rinnegato i propri ideali, nemmeno quando vicende particolarmente dolorose avrebbero potuto spezzarli e “piegarli come giunchi” in balia di venti tempestosi.
Nato in Sicilia, consapevole già dall’adolescenza dello stato di miseria e di abbandono in cui vivevano i suoi conterranei e la sua stessa famiglia, ha scelto la dura strada dell’emigrazione per cercare, come milioni di altri italiani, l’opportunità che gli permettesse di conquistarsi una dignità propria.
Il destino, che tesse trame invisibili, lo porta in Toscana: da Sambuca a Prato, dove lo attende una realtà diversa. Questa nuova realtà lo coinvolge a tal punto che decide di restare per dare ai suoi sogni di uomo e ai suoi ideali politici l’occasione di concretizzarsi.
A Prato, così come aveva fatto nel paese natio, si impegna in tutto quello che fa e la sua costanza, la forza di volontà, i sani princìpi morali lo portano, in breve tempo, a essere chiamato ad assumere ruoli di primaria importanza nella vita politica della città, fino a ricoprire cariche di vari assessorati, diventare sindaco del comune di Cantagallo e presidente della Comunità montana Val di Bisanzio.
Il suo è un impegno continuo per realizzare iniziative e opere utili alla collettività, è l’occasione per tradurre in realtà progetti maturati negli anni vissuti a Sambuca, quando, adolescente, era testimone di soprusi senza avere la possibilità di agire per rompere quel cerchio ossessivo di miseria, che allora come ora, martorizza i paesi più poveri, costringendo esseri umani ad abbandonare la propria terra oppure, a rimanere e vendere la propria dignità in cambio di un “posto” di lavoro.
Sul tema dell’emigrazione (purtroppo ancora attuale, con risvolti diversi), sono presenti, in Tutto per una “S”, passi permeati di una sensibilità e verità che solo chi, come lui, ha vissuto un simile dramma può intuire fino in fondo, ma sono tanti altri i sentimenti provati che affiorano, con vigore, dalla narrazione di particolari eventi: il dolore per la perdita, in modo tragico e improvviso, di persone care; l’emozione dell’amore, la gioia di condividere amicizie sincere, delusioni e scoramenti; entusiasmo per nuove conquiste sociali.
In diverse pagine si trovano riflessioni molto acute sui modelli sociali contemporanei e sui comportamenti dell’uomo;

Nicoletta Corsalini
Presidente dell’Associazione culturale
pratese “Il Castello”


PRIMA INFANZIA

Via Schioppettieri e via Progresso erano due tratti di strada che percorrevo quasi tutte le mattine per andare dagli zii materni che abitavano nel Vicolo Viviano, a poche centinaia di metri dalla nostra abitazione; o, per meglio dire, dalla casa dove abitavamo.
Fu una di queste mattine, avevo circa sette anni, che nel tratto di strada di Vita Progresso, ironia della sorte, mi sentii arrivare in testa una secchiata di piscio invecchiato, acido e puzzolente. Era un modo abbastanza comune, non di buttarlo addosso alla gente ma di svuotare il vaso da notte, specialmente quando pioveva e la “lavinata” lavava le strade. Quell’odore di piscio, quella persiana che frettolosamente si richiuse me li ricordo ancora come un evento indimenticabile e traumatico della mia infanzia.
Quasi nessuno in casa aveva il bagno; per i propri bisogni si andava nella stalla insieme ai muli, ai cavalli, agli asini, alle mucche, ai conigli, alle galline, alle capre. Generalmente tutti avevano una stalla e il concio ancora fumante delle bestie veniva accumulato in un angolo della stessa, che nella maggior parte dei casi, era divisa da un piccolo muro sul quale ci si accovacciava, come un uccello sul ramo, per fare i nostri bisogni: così era dai miei zii.
Questa era, malgrado tutto, una posizione privilegiata: significava avere una stalla così capiente da destinare un angolo, separato dal muretto, alla concimaia di transito; di transito, perché ogni tre, quattro giorni il “fumere” (così si chiamava perché non era ancora concio ma merda fumante) veniva trasportato con dei recipienti chiamati “zimmila” nelle concimaie collocate in varie zone alla periferia del paese.
Ogni contadino aveva la sua concimaia. Il concio una volta maturo, veniva utilizzato per ingrassare la terra, creando così una specie di ciclo perpetuo.
Noi, nella casa che non era nostra, in Via Educandario, avevamo una stalla piccola, non c’entrava nemmeno il mulo. Ci mettevamo le galline e, per un breve periodo, una capra che poi è morta impiccata; però non c’era lo spazio per una concimaia vera e propria: in un angolo si accumulava la merda dei polli, si buttava la cenere del focolaio e vi si facevano i nostri bisogni, senza purtroppo la possibilità di accovacciarsi sul muretto e quindi insudiciando, a volte, le povere scarpe. Inoltre, c’era un buco dove tutte le mattine svuotavamo il vaso da notte o andavamo a fare la pipì.
A proposito! Non ricordo come facevamo a pulirci. Noi ragazzi, quando eravamo in campagna e ci scappava di fare i nostri bisogni, ci pulivamo con i sassi o con le foglie di vite; ma queste erano scivolose e viscide; meglio era farlo con le foglie di fico che erano più ruvide.
Quello che è certo è che sicuramente non c’era carta igienica…! Se c’era, non si comprava. A volte si trovava della carta gialla massiccia, la carta per incartare il sapone sfuso, quello giallo che usavano le donne per lavare i panni. Del resto i giornali… chi li comprava…? E non penso che quella carta gialla, ruvida, fosse sufficiente. Boh?!
Domanderò a qualche amico se si ricorda come facevamo a pulirci il… culo.

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NEL PAESE DOVE SONO NATO

Nel paese dove sono nato non c’arano boschi, non si faceva il taglio della legna e le poche fascine derivavano dalla potatura degli alberi. Mio padre, però, non possedeva alberi e non era un potino. Per questo la paglia era un componente molto importante, unica risorsa che avevamo per cucinare e per dare da mangiare al mulo.
Ricordo il rito della paglia: mio padre ce la faceva pressare; si stava ore e ore a ballare sulla paglia, una danza di pressatura che potremmo definire “la danza della paglia”.
Si pestava per accumularne il più possibile nel minimo spazio. Noi ragazzi la pressavamo saltando come su una rete a molle, si pestava quasi per gioco e poi in tutto il corpo si sentiva la “manciasciuni” (il prurito da polvere di paglia).
Ricordo che, con le poche fascine di legna, mio padre costruiva una specie di parete, lasciando un corridoio dove teneva: l’aratro a chiodo, gli attrezzi, le galline e il piccolo angolo per la concimaia. Tutto il resto era paglia, paglia pestata, paglia sotto i piedi; anche il corridoio di passaggio lo riempiva di paglia. Tra l’altro, non era paglia normale, era la paglia meno pregiata, quella mina (in siciliano si chiama “crusca”) che nell’aia, spagliando col tridente, si accumula per la forza di gravi tutta da una parte.
Questa paglia serviva a cucinare per tutto l’anno. Le poche fascine di legna servivano a riscaldare il forno per cuocere il pane: mia madre faceva quattordici pani ogni settimana. Lo stesso meccanismo di pressatura della paglia veniva utilizzato nelle “pglialore” dove si accumulava insieme al fieno per dare da mangiare alle bestie.
La paglia veniva trasportata dall’aia sui muli, con delle grosse redi di corda chiamate appunto “rituffa”. A me bambino li “rituna” sembravano giganteschi. Con la paglia lunga, invece, si riempivano i materassi.
Tutte le mattine prima di andare a scuola era sacrosanto dovere riempire la “cartedda” (cesta) di paglia.
Dalla nostra stalla per andare alla cucina bisognava attraversare la sala d’ingresso, la camera e la cameretta dove dormivamo io e mio fratello; nella camerata c’era pure “lu cannizzu” (piccolo silo chiamato così perché realizzato con canne spaccate e intrecciate) che veniva utilizzato come contenitore: ora per il frumento, ora per le fave, secondo il bisogno.
Sopra a “lu cannizzu” mio padre metteva delle tavole e sopra a esse tante cipolle… tante cipolle a stagionare. Queste erano buona parte del companatico di rimpiazzo. Quando non c’era altro, e spesso capitava che non ce ne fosse, le cipolle erano lì, per fare compagnia al pane.
Dato, quindi, l’attraversamento delle camere, mia madre, prima di rifare i letti e di spazzare, m’imponeva di andare a prendere tutte le mattine… la cesta piena di paglia per cucinare. Una cesta piena e ben pressate, altrimenti non era sufficiente. Tutte le mattine la solita storia: prima di andare a scuola, la cesta di paglia. La polvere di paglia era una polvere sottile che faceva starnutire ed entrava nella pelle dando un prurito da grattugia.
L’acqua, pochissimi avevano l’acqua in casa. Alle cannelle pubbliche la erogavano per qualche ora al giorno e non tutti i giorni.
L’acqua per bere, l’acqua per lavarsi, l’acqua per lavare i panni. Il tormento dell’acqua: portare le anfore di terracotta alla cannella pubblica, mettersi in fila in attesa dell’acqua, imporsi agli altri per il rispetto del proprio turno e succedeva che spesso si litigava e si rompevano le anfore di terracotta. cercare di riempire i contenitore, correre a svuotarli per tentare di riempirli di nuovo prima che la richiudessero, non era cosa facile. era estremamente importante, comunque, essere i primi per tentare di avere una seconda possibilità.
Per noi ragazzi, fino a che non si andava a lavorare, era obbligo collaborare in casa, stante anche le famiglie numerose e le mamme spesso incinte. L’unica attività importante, per noi ragazzi, era il gioco. Una quantità infinita di giochi. Una creatività immensa. Qualsiasi strumento, oggetto, pezzo di legno, sciarpa, figurine, bottoni, soldi falsi, un cerchione di bicicletta, pezzi di mattoni, diventavano strumenti di gioco: “mazza e brigliu” (il cibbè), si giocava “a lu turneddu, a la fossetta e sei zziccava”, si giocava a “spacca trottola”, un pezzo di mattone veniva arrotondato e diventava “cciappedda”, con una sciarpa si giocava a “rame”, le figurine si soffiavano e vinceva chi ne faceva girare di più; quando faceva freddo e le mani ghiacciavano si giocava a “mani cavudi” (riscalda mani). Giocattoli veri e propri non ne aveva nessuno; io non ho mai avuto una palla, ma era difficilissimo averla; dei miei amici non c’era uno che l’avesse. Si facevano le palle con gli stracci, si giocava a “travu longu”, a “trentuno”, a “quattro e quattr’otto”, a nascondino… a “cchiappareddu”, a “li briganti”, a “lu dutturi”, a “la marredda”. Si giocava, si giocava fino a esaurire ogni energia, il gioco ci assorbiva completamente, ci distraeva dalla scuola, si viveva in mezzo alle strade.
Strade, ovviamente, pieni di carretti, di muli, di galline, ma senza macchine. In paese c’erano pochissime macchine: una di “lu zzu Petru Cacioppo” che si noleggiava in caso di malattia grave per andare a Palermo; un’altra di Saverino che veniva utilizzata dai ragazzi più grandi per recarsi in comitiva nei paesi vicini, dove c’erano… “lue case aperte”. Di macchine private ne ricordo soltanto un paio: la Topolina di “lu dutturi Vaccaru (Vaccaro)” e la Lancia di “l’avvucatu Sciuri (Fiore)”.
Le strade, i cortili erano spazi liberi e noi ragazzi li utilizzavamo a tempo pieno. Ci si alzava la mattina col pensiero di andare a giocare, si finiva di cenare e si tornava in strada a giocare. I cortili erano centri di aggregazione sociale.
Attraverso il gioco si socializzava, si diventata amici o nemici; nel gioco e attraverso il gioco si acquisiva manualità, si diventava competitivi, s’imparava a riconoscere i furbi, i casca sotto, “i babbi”; s’imparavano le parolacce: testa di minchia, babbo di to mà….! erano tra quelle più usate.
A proposito…! Mentre scrivo, mi sto domandando: come mai per indicare “un picciotti mezzu addummisciuto” (un ragazzo mezzo addormentato, un pò passivo), si diceva: “sto babbo…”, oppure “facci di babbo…!” (faccia da scemo), e per indicare “lu sticchiu” cioè la passerina, si diceva : “babbo di to soru” o “babbo di to matri”? Qual è l’affinità tra le due definizioni?
Io le ho sempre pronunciate senza domandarmelo; ma molto probabilmente, nella concezione maschilista siciliana, si pensava che “lu sticchiu”, organo sessuale femminile, fosse un organo passivo! “La minchia”, invece, organo sessuale maschile, organo attivo!
Quindi “babbo” equivale a scimunito, organo passivo
Ecco perché in Sicilia il padre non si fa mai chiamare babbo come in Toscana ma… papà…!
In effetti, se così stessero le cose, un padre “babbo” (scimunitu) passivo) correrebbe il rischio di non essere il vero padre!
E vi sembra una cosa di poco conto?
Meglio non correre rischi e farsi chiamare papà…!
Papà e basta! (elemento siculo virile).
Vedete, attraverso il gioco e le parolacce si possono fare grandi riflessioni, e poi il gioco serviva a farci conoscere e ci conoscevamo tutti. Purtroppo, durava poco. Generalmente, all’età di otto, nove anni, i genitori mandavano i loro figli “a picciutteddu” (a fare il ragazzo di bottega): dal falegname, dal sarto, dal barbiere, dal fabbro e via dicendo.
Ma, sfortunatamente, c’era chi aveva un destino peggiore e andava a garzone per badare alle pecore.
Costoro, poveracci, salvo casi rarissimi, diventavano dei condannati a vita; tornavano in paese una volta al mese e venivano dimenticati da Dio e dagli uomini. Ragazzi venduti per una misera minestra, per qualche fascina di legna, per un po’ di formaggio e “quattru tummina” di frumento per dodici mesi di duro lavoro (‘quattru tummina’ corrispondono a cinquantaquattro chili).
Altri mandavano i figli a bottega per toglierli dalla strada. Io avendo uno zio barbiere, fui mandato a bottega da lui all’età di otto anni. Mi faceva fare tutti i servigi: spazzare il negozio, pulire gli specchi, andare a prendere l’acqua , comprare le sigarette ai clienti, fare le saponate (per farle, mi toccava salire su di un panchetto perché non arrivavo all’altezza del viso da insaponare).
Di tanto in tanto, questo mio zio mi mandava a comprare venti lire di Tricofilina, una specie di brillantina oleosa che si dava ai capelli rendendoli untuosi; era una cosa che facevo con piacere perché, a sua insaputa, ne compravo quindici lire e con le cinque lire d’avanzo prendevo un gelato. Il gelato più piccolo allora costava cinque lire e venti il più grande e la Tricofilina da “Lilluzzu Trapani” si comprava sfusa.
Non si vedeva mai un soldo, mio zio Gaspare mi dava cinquanta lire alla settimana. La bottega di barbiere (o ‘salone’, come allora veniva chiamato) stava aperta anche la domenica mattina, generalmente si chiudeva dopo le due pomeridiane.
Con quelle cinquanta lire correvo a casa pieno di orgoglio. Mio padre mi lasciava dieci lire, venti lire… ma, per andare al cinema, il biglietto costava cinquantacinque lire.
Uno strazio infinito; mai un soldo.
Non si comprava carne, non si comprava frutta, non si comprava formaggio. L’alimentazione era a base di pane, pasta, olive nere, olive intere e olive schiacciate, mandorle, fave verdi, fave cotte, pane e cipolla, fichi secchi; pane con l’acqua e zucchero: si bagnava una fetta di pane, le si dava una spolverata di zucchero e via morsicando! E la carie morsicava i denti.
La pasta al sugo si faceva solo la domenica e nei giorni festivi. Quando mia madre faceva la pasta con la cicoria, con le borragini, con le bietole selvatiche o con i cavoli, metteva settecentocinquanta grammi di pasta; quando la faceva al pomodoro, ne metteva un chilo e un quarto. Quindi, per risparmiare sulla pasta, la condiva con le verdure selvatiche.
A me piaceva la pasta al pomodoro con il formaggio grattugiato; formaggio che a casa mia non c’era quasi mai.
Quella sola capra che mio padre comprò gli s’impiccò. Per non farla andare nell’erba del vicino la legava. Un giorno la capra si attorciglio intorno all’albero, la corda le si strinse intorno al collo e morì impiccata: forse per la rabbia di non poter mangiare l’erba del vicino o nel tentativo di arrivare all’erba? Boh! E’ una cosa che non sapremo mai.
Così fu che io e i miei fratelli siamo cresciuti a pane e olive, fave e fichi secchi e pochissimo latte e formaggio grattugiato la pasta non mi piaceva, qualche volta, la domenica, compravano cinquanta grammi di formaggio vecchio. Cinquanta grammi di formaggio… eravamo in quattro, non era affatto facile grattugiarlo per tutti. La pasta al pomodoro, quindi, era proprio una cosa da evitare, da fare solo la domenica. Meglio pasta e borragini, fave cotte, cicoria e bietole di campo.
A volte mia madre, la domenica, faceva le polpette con la mollica del pane duro grattugiato. Ci metteva molto pane duro, un po’ di formaggio, qualche foglia di menta tritata, un pizzico di sale e amalgamava il tutto con delle uova; si infarinava le mani con la stessa mollica; le arrotolava a mo’ di piccole palle; le schiacciava leggermente dando loro una forma ovale; le friggeva in padella e poi le metteva nel sugo a cuocere, per farle in umido e insaporirle.
Venivano servite con qualche cucchiaiata di sugo per inzupparci il pane o, come dicono in Toscana, per farci la ‘scarpetta’. Queste polpette mi piacevano un sacco, erano saporite e ne ero ghiotto.
Quando ero amareggiato e mi lamentavo di quella misera esistenza, mia madre mi diceva: “Cosa filamenti? Ringraziando Nostro Signore, il pane non c’è mai mancato!”. Il pane… era veramente tutto.
Mio padre era un contadino povero; tuttavia, un contadino povero riusciva, sempre, a sfamare la famiglia. Un poveraccio pativa la fame; io, a dire il vero, non ho mai provato la fame! O meglio… diciamo che non ho mai provato la fame vera, la fame dello stomaco vuoto.
La fame, però, la conosco. Abbiamo giocato insieme con la fame: l’ho vista nel voltopallido dei bambini, negli occhi dei miei compagni di scuola; l’ho vista camminare per la strada; è stata mia amica di giochi; l’ho vista a piedi scalzi nei campi di rovi; l’ho vista innalzarsi verso il cielo in bare bianche con dei bambini ancora vivi che avevano il colore della morte; l’ho vista nelle bocche sdentate dei vecchi braccianti; l’ho vista all’angolo della strada con lo scialle nero e la mano tesa. La fame la conosco, è stata mia compagna d’infanzia, siamo cresciuti insieme: lei abitava nella porta accanto, nello stesso cortile; a volte, si svegliava di notte e la sentivo piangere.
Qualsiasi sofferenza veniva messa a confronto con la fame e qualsiasi sofferenza al confronto, diventava privilegio.
Bambini dati in affitto, a garzoni, in adozione per un pezzo di pane, perché potessero sfamarsi. La fame l’ho vista emigrare, l’ho vista contorcersi e strisciare; la fame la conosco: ha gli occhi infossati e il sorriso spento.
Ho visto ragazzi , miei coetanei, andare per i campi a piedi scalzi a cogliere cicoria e poi girare tutto il paese nel tentativo di venderne qualche mazzetto per comprarsi un pezzo di pane.
Ho visto bambini rachitici e anemici. La fame ha un solo volto: oil volto triste, emaciato dei bambini; la fame è un mostro capace di spezzare l’orgoglio, la dignità; la fame la conosco…! l’ho guardata negli occhi e non l’ho mai visto sorridere.
Mia madre aveva rispetto della fame; sapeva che con la fame non si scherza . Ogni cosa la metteva a confronto con essa, facendomi vedere il bicchiere mezzo pieno, mi ripeteva: “Non ti lamentare… Tuo padre un pezzo di pane non te l’ha mai fatto mancare”.
Mia madre mi ha insegnato a vedere il bicchiere mezzo pieno, perché il bicchiere mezzo vuoto, più che mezzo bicchiere, spesso… e un pozzo profondo di sofferenza umana.
Sono nato, quindi, in una famiglia di contadini: i miei nonni erano contadini, i miei zii contadini, i vicini di casa era contadini. La campagna era la grande madre terra.
Si facevano tanti figli per dare soldati alla patria, braccia alla terra e bastoni alla vecchiaia. I figli erano il bastone della vecchiaia, la polizza di assicurazione dei poveri.
Più erano poveri, più erano ignoranti e più figli facevano; e più figli facevano e più si moltiplicava la fame e l’ignoranza: “Cosa vuoi andare a scuola! La tua firma la sai già mettere”.
Ecco perché la nostra generazione, quella del dopoguerra, ha fatto pochi figli: per essere in antitesi con la generazione precedente; per cercare di dare loro una vita più dignitosa; per non far loro soffrire la fame; per non renderli strumento di sfruttamento; per essere più cervelli che braccia e possibilmente, possibilmente… per non farli emigrare.

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SEDI SCHIENA E MALIPATIPANZA

Mio padre, come abbiamo già detto, era un contadino povero. Non feceva l’orto, non aveva animali. Coltivava, solo, due pezzi di terreno di nostra proprietà: portava a casa un po’ di fave, un po’ di frumento e verdura selvatica.
Non era coltivatore diretto, non era mezzadro, non era bracciante, non era disoccupato, non era un poveraccio, non aveva assistenza sanitaria, non prendeva assegni di disoccupazione, non era pensionato, non era iscritto all’ufficio di collocamento, non era iscritto a nessun sindacato, a nessun partito, a nessuna associazione, non era iscritto nell’elenco dei poveri, nulla di nulla. Era una specie di nebulosa indistinta che lo faceva diventare né l’una né l’altra.
Mio padre amava dire che era iscritto all’anagrafe comunale perché suo padre ne aveva denunciato la nascita, altrimenti sarebbe risultato non esistente. Era uno che sai faceva i tavolacci suoi e non dava noia a nessuno.
Quando non andava in campagna, e succedeva spesso, si metteva a dormire sulla cassapanca; in quel caso mia madre gli ripeteva, facendo il verso: “Sedi schiena e malipatipanza…!” (riposa la schiena e patisce la pancia!). Oppure andava da mio zio che faceva il sarto o dal calzolaio e in quelle botteghe si faceva delle lunghe chiacchierate, giocava a carte con gli amici e passava il tempo.
Mio padre era, a modo suo, una persona simpatica e di compagnia. Faceva con quello che aveva; era una persona estremamente orgogliosa.
I suoi riferimenti culturali erano uno zio di mia madre, Biagio Riggio, che diceva: ” Il soldo fa a lira, la lira le decine, le decine fanno le centinaia e le centinaia fanno le migliaia…!”.
Con ciò voleva dire che bisogna incominciare a risparmiare dalla lira. Così, per risparmiare, a mia madre non dava mai un soldo e lei, per comprare il sapone , lo zucchero o altre misere cose, era costretta a comprare a credito. Poi, all’insaputa di mio padre, prendeva un po’ di frumento dal piccolo monte e saldava il conto con quello. In pratica, avvenivano scambio di merce.
Fu così, forse, che una volta, a me bambino, venne in mente di escogitare una specie di piccolo mercato: sapete cosa feci!? Rubavo un uovo daL nostro pollaio, lo andavo a scambiare alla bottega e la bottegaia (la zia Maria Cardiddu) mi dava un cremino e dieci lire. A me sembrava una manna: il cremino e dieci lire…! Il cremino costava quindici lire e l’uovo venticinque.
Da quella volta lo feci spesso. Però mia madre aveva l’abitudine di infilare il dito in culo alle galline per sentire quante uova avrebbero fatto nella giornata. Si avvide, quindi, che nella conta mancava l’uovo. Allora cominciò a incavolarsi, non si dava pace e spesso la sentivo urlare: “Vorrei sapere chi è che mi ruba le uova!?”.
Io ancora mi meraviglio di come mi venne l’idea…! Sapete cosa feci!? Cercai una buccia di uovo rotto in mezzo alla strada, tanto lì si trovava di tutto, e l’indomani al posto dell’uovo fresco misi la buccia rotta. Mia madre poteva mai pensare una cosa del genere?
Pensò che una gallina le mangiasse le uova, però non sapendo quale era la gallina non poteva ammazzarla. Così continuai a rubare l’uovo che avrei dovuto mangiare, per scambiarlo con u n cremino e dieci lire.
Mio padre amava ripetere: “Se hai, spendi e mangia; se non hai guarda e passa…!”. Oppure diceva: “Poveri sì, ma sudici picchio?”.
Erano semplici regole di vita che nella miseria davano il senso di essere diversi. Non aver mai bisogno, non fare mai il passo più lungo della gamba, vestiti poveri ma puliti.
Pe lui, i soldi era più importante saperli risparmiare che saperli guadagnare. Infatti… ne guadagnava pochi.
Per esempio, tutte le volte che usciva di casa si lucidava le scarpe con lo sputo e il nero di fumo grasso della padella. Non era una cosa piacevole, le scarpe erano sempre nere e pulite.
Tutte le volte che rientrava a casa, per non cacciarli, si cambiava dei poveri vestiti che usava solo quando usciva.
Più che una persona avara, mio padre era una persona attenta a non spendere quello che non aveva, e quel poco che aveva lo utilizzava come riserva in caso di bisogno.
Il periodo che lavorava veramente e in maniera disumana era il periodo della mietitura.
Ne mese di giugno i campi di grano assumevano il colore dell’oro intenso, tutto il territorio circostante il paese diventava un mare ondeggiante di spighe dorate. Era il tempo della formica, del raccolto, di portare a casa il frutto di un anno di lavoro e di speranze.
Chi era più ricco, chi aveva più terreni aveva bisogno di uomini per la mietitura. Era un lavoro che andava fatto in un ristretto numero di giorni perché una forte pioggia, una forte ventata, gli uccelli, la stessa spiga matura poteva far cascare a terra i chicchi fi grano con grandi rischi per il raccolto.

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