L’albero dei millecucchi


BIBLIOGRAFIA


RACCONTI
I cumpari i San Giuvanni  –    L’uomo Cane  –   Un’azione disonesta  – Il garzone  –  L’emigrante  –  L’albero dei millecucchi  –  U’ zu Paulu Marredda  –  Storie d’altri tempi  –  Lu pani cu li favi


PRESENTAZIONE

Come gli studiosi di narratologia sanno, ogni racconto si dispone su un piano mitico e mitiche sono le sue strutture.

I sostenitori del realismo letterario contestano questa opinione; talora anzi assumono pagine o interi romanzi quale documento di verità storiche. Se per storia noi intendiamo solo il corso degli eventi nel loro tempo e come sono stati e sono rappresentati i realisti hanno sicuramente ragione.

Questo concetto di storia nasconde tuttavia un errore, quello cioè che i livelli dell’accaduto, del vissuto e del rappresentato siano omologhi o isomorfi. Il flusso esistenziale, individuale o collettivo e le sue proiezioni rappresentative, che sono sempre narrative, in realtà obbediscono a logiche diverse. La riduzione rappresentativa del vissuto è sempre diversa da questo tanto in senso orizzontale quanto verticale. Il vissuto è un unicum continuum, come tale non èp mai in esso individuabile un convincimento e una fine, inoltre non è mai determinabile il numero dei piani in cui si articola. Al contrario il narrato ha sempre un principio e una fine e il numero dei piani dell’esistere che non riesce a contenere è sempre ridotto.

Il vissuto è scandito da ritmi temporali impliciti, il narrato da ritmi espliciti. La rappresentazione del vissuto in ritmi espliciti e organizzati, finisce in realtà con l’estrapolare gli eventi dal flusso del tempo cronologico, proiettandoli in una dimensione senza passato, presente e futuro, la dimensione appunto che costituisce lo specifico dei miti..

Una significativa verifica di quanto sto osservando viene dai racconti di Salvatore Maurici. Apparentemente essi rappresentano nella loro drammaticità frammenti della realtà, di una certa realtà, della nostra isola. Di fatto essa viene rivissuta e rappresentata in termini mitici. Si scorrano per esempio, le immagini conclusive del racconto “L’emigrante”, uno stupro collettivo, scenario quanto mai crudo e drammatico, si stempera e diluisce nella memoria di persone e paesi lontani, presentificati com in una fiaba: una dimensione mitica che solo chi ha il dono di saper raccontare, come Maurici, è capace di far rivivere.

Nino Buttitta


 

RACCONTI

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

I CUMPARI I SAN GIUVANNI

Se un giovane passa vicino ad un qualsiasi capannello di ciarlieri sambucesi, a costui potrà capitare di ascoltare molte e coloratissime discussioni fra vecchi amici, i quali spesso trattano di fatti straordinariamente fantasiosi, e costoro vogliosi di stabilire il gruppo degli ascoltatori sono portati ad esagerare i propri racconti rendendoli alquanto misteriosi.
Racconti e fantasie dell’antica terra di Chabuca su cui i nostri vecchietti amano prendere lo spunto per innestarvi la propria fervida fantasia. Fra questi, i “Cumpari i San Giovanni” sono appunto fra i più fantastici.
È da precisare che quasi tutti gli anziani sollecitati sull’argomento ti forniscono in men che non si dica la propria storia sui lupi mannari, ma è certo che la fantasia che ci raccontava lo zio Vito al proposito era fra le più terrificanti.
“Dunque” – era solito cominciare il discorso quel simpatico personaggio che un bicchiere di vino generoso di Pandolfina aveva fatto diventare allegro e gioviale; era il suo preambolo prima di ogni lunga narrazione, mentre pigiava con abilità due-tre pezzi di “spuntatura” nella sua pipa di terracotta, accendeva, e dopo avere tirato un paio di boccate avide, riprendeva il discorso: – Al tempo in cui è accaduta questa storia alquanto strana, ero ancora un ragazzino. Abitavo a quel tempo nella vecchia casa paterna sita fra “li setti vaneddi, proprio vicinu la chiesa di lu Rusariu”, P. madonna…, figliuolo è tempo che tu la smetta di guardarmi con quel sorrisetto da ebete, non sono ancora rincoglionito come mi pare tu stai pensando, al punto da suscitare il tuo compatimento.
L’nterpellato evidentemente colto in fallo si confuse, arrossi, mormorando qualche parola incomprensibile allo zio Vito che i più interpretarono come una scusa, poi riprese ad ascoltare il vecchietto con qualche linea in più di interesse per i fatti che via via egli andava udendo.
– A quei tempi lavoravo come aiuto-pastore presso “Lu Cavaleri Ingrisi” e fra quegli immensi feudi della Gran Montagna trascorrevo intere giornate a correre dietro immensi greggi di pecore, ad accudirli, a custodirli.
– Doveva essere dura, allora, vero zio Vito? – chiese il ragazzo di poco prima, sperando di farsi perdonare con la sua accondiscendenza – ed il vecchio infatti mostrò di gradire assai quell’attenzione.
– Infatti – mormorò quasi con soddisfazione – per noi giovaniallora era molto dura, non c’erano soldi in casa, ne i divertimenti che avete a disposizione voi ragazzi oggi, anche se consentimi di dire che allora noi forse eravamo un pò più uomini…
– É questo adesso cosa c’entra con il discorso di prima? – il ragazzo di prima adesso cominciava a mostrare risentimento.
– C’entra, c’entra – il vecchio dondolo il capo in modo affermativo, ma talmente forte che coloro che gli stavano torno leggero quasi la sensazione che quella boccia rotonda e lucida, appena circondata da una leggera corona di peli bianchi fosse già lì per ruzzolare a terra. Fortunatamente per il legittimo proprietario essa rimase alla fine ferma al suo posto, anche se continuò a rollare con un movimento appena percettibile.
– Ero venuto come tante altre volt e in paese per la mia giornata di riposo (la vicenda), trascorsi l’intero pomeriggio a passare e ripassare per una stradina che so io, nella speranza che una certa ragazza si facesse viva ( e così dicendo in segno di godimento si liscio i grossi baffi ammiccando con aria complice a coloro che gli stavano più da presso), sul fare della sera, infine mi recai con alcuni amici presso una taverna a far baldoria e lì rimasi fino a notte fonda.
Ritornai a casa che era mezzanotte passata, così decisi di mettermi in viaggio per ritornare sù in montagna, sellai la giumenta, posi nelle bisacce una buona scorta di viveri e mi avviai per la trazzera che conduceva ai pascoli d’inverno, verso la montagna. Presto anche la trazzera si dispersero tanti piccoli viottoli che si inerpicavano faticosamente per le montagne diretti ognuno verso il proprio marcato, viottoli molto stretti ai lati dei quali ogni tipo di erbaccia solitamente striminzita, cresce rigogliosa e ciò induceva chiaramente a pensare come tali luoghi fossero frequentati soltanto da sparuti viandanti e dagli stessi animali che dimoravano in quelle contrade.
Una pallida luna rischiarava appena il paesaggio aumentandone così agli occhi degli uomini il senso di mistero e di immensa solitudine.
L’animale conosceva bene la strada da fare, ed io abbandonate le redini sul collo della giumenta, sognante fui preda dei pensieri più strambi e fantastici, forse un riflesso delle strane storie che aveva raccontato un mio conoscente proprio durante la serata trascorsa con lui alla taverne, e che a pensarci bene mi rafforzava nell’idea che dette storie fossero state suggerite dall’eccessivo numero di bicchieri di vino che l’uomo in questione aveva bevuto quella sera.
Erano davvero incredibili le storie a proposito delle trasformazioni di uomini in bestie specie durante le notti di luna piena. Sorrisi fra me e me a quelle stramberie pur tuttavia non potei frenare uno sguardo preoccupato alla luna piena; non potei fare a meno di potere la mano destra verso la cintola dove portavo appeso un acuminato pugnale, ne ricavai un piacevole senso di benessere.
Il vino bevuto con gli amici, ed il movimento altalenante della bestia mi conciliavano il sonno, tanto che finii per addormentarmi ben equilibrato sul basto della giumenta improvvisamente l’animale scartò nitrendo impaurita ed io preso alla sprovvista finii per ruzzolare a terra. Mi alzai pieno di ammaccature e con molti lividi in ogni parte del corpo e nel frattempo davo un’occhiata attorno. Vidi alcuni alberi di leccio ed anch’essi con la loro immobilità contribuir ano ad aumentare il silenzio spettrale del momento. Improvvisamente quel silenzio fu interrotto da un fruscio di rami smossi alle mie spalle; mi voltai e fu così che lo vidi per la prima volta: stava fra il varco di due grossi alberi, fermo in curiosa attesa, un essere demoniaco, un minimo rumore lo avrebbe certo scatenato contro di me.
Ero completamente paralizzato, quella vista così improvvisa, così orrenda provocava nel mio corpo l’espulsione di miriade di piccolissime goccioline di sudore che si attaccavano ai vestiti, oppure sulla fronte scivolavano con esasperante lentezza lungo il collo poi ancora giù qualcuna di esse veniva ad inumidire le labbra, ed il loro sapore acidulo aumentava ancora di più il disagio, la paura per quella situazione che ancora a quel momento mi riusciva difficile accettare come reale.
Il mostro era ad una distanza di appena sei, sette metri, continuava a fissarmi in curiosa attesa, era molto alto, circa un metro ed ottanta, dalla cintola in su era un lupo, dalla bocca spalancata, si notavano chiaramente i lunghi canini che a causa del loro candore brillavano nella penombra tanto che aumentavano ancora di più in me il senso di smarrimento e di paura, Il pelo lungo e foltissimo finiva per scomparire completamente nella rimanente parte del corpo dove s’intravedeva la sua appartenenza al genere umano. Un mostro dunque, una figura irreale e tremenda, e mentre cercavo di reagire a me stesso ripetendo continuamente che tutto ciò era un terribile incubo che presto sarebbe finito, ecco che la figura demoniaca dopo aver lanciato un forte ululato si decise a venire avanti.
Per un attimo ebbi la sensazione che tutte le vene del mio corpo si fossero aperte e che il sangue ne uscisse a fiotti, ma fortunatamente per me ciò fu un’impressione passeggera. Forte ed improvviso sentii il desiderio di vivere, facendomi coraggio portai decisamente il pugnale bel stretto in mano in posizione offensiva contro il lupo-mannaro che ormai mi era addosso. Vibrai un primo colpo alla cieca, colpendolo appena di striscio sulla spalla sinistra, mi preparavo e vibrarne un altro, cos’ alla cieca, quando ecco che come per un miracolo il mostro abbandonò la presa allontanandosi di qualche passo. Ed ecco che sotto i miei occhi pieni di folle terrore, accadde l’incredibile. Il corpo peloso ed animalesco prese a trasformarsi, i guaiti di dolore cominciavano a somigliare a singhiozzi umani. Terrorizzato, ormai folle di paura, abbandonato il pugnale per terra, feci continuamente il segno della croce pregando Dio e tutti i santi perché mi usassero la loro infinita misericordia e battendomi il petto mipentivo di tutti i peccati che avevo commesso nella mia vita, ero ormai convinto di essere nell’anticamera dell’inferno. Non appena l’essere infernale assunse le definitive sembianze umane lo rassomigliai a un nostro paesano che avevo notato diverse volte durante l’ultima festa della Madonna dell’Udienza.
Come dite, se è ancora in vita? no, è morto ormai da qualche anno, sia pace all’anima sua.
Più tardi quando ambedue ci fummo un po’ tranquillizzati egli mi spiegò in breve la sua strana trasformazione. Mi disse che gli era stata fatta una fattura da parte di una donna che lui aveva rifiutato di sposare, ed ancora, che io da quel momento avrei potuto contare sulla sua vita e sulla sua fortuna, perché ormai tutto di lui mi apparteneva tanta era la riconoscenza che egli provava per me.
IO per la verità ebbi in seguito ad approfittare qualche volta di questa abnorme situazione, d’altra parte ciò era ben poca cosa se paragonato alla grande paura provata al momento in cui mi ero imbattuto nel licantropo, così di seguito ho saputo come quella strana trasformazione veniva chiamata dagli studiosi. Un mese dopo tutti e due ci recammo presso la zachia di S. Giovanni dove assieme ad altri amici festeggiammo la nascente amicizia. Da allora prendemmo a chiamarci “Cumpari i San Giuvanni” – Così lo zio Vito terminò la sua storia che oggi ha più il sapore di una favola.
La licantropia viene ancora considerata come una malattia di carattere nervoso che spinge un uomo a mugugnare come un lupo durante le notti di luna piena. Tutti però sono concordi nel sostenere che il soggetto conserva le sembianze primitive. La licantropia fu molto comune nel 600-700. Il mito del lupo mannaro originario di antiche credenze popolari (se ne trovano tracce anche nel Satyicon di Petronio), pur non avendo mai avuto una grande diffusione nella letteratura gotica, ha tuttavia raggiunto la sua massima espansione nel cinema (stereotipo), il contagio per morso, la trasformazione resa inevitabile nelle notti di luna piena, la soppressione del mostro dominante della bestialità come simbolo delle forze incontrollabili dell’istinto. La prevalenza e la separazione in un uomo della forza del maligno su quello divino. Motivi dunque difficili ed incomprensibili spesso accompagnati da riti magici.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

L’UOMO CANE

Mazara è un’animosa cittadina del trapanese, la sua popolazione è dedita con uguale bravura, sia alla coltura dei vigneti da cui si ricavano famosi e pregiati vini e sia alle attività marinare. La flotta peschereccia mazarese, grazie anche all’intraprendenza di alcuni e coraggiosi armatori, è diventata negli ultimi tempi una delle più forti dell’intero Mediterraneo. Pescherecci di questa marineria lasciano quotidianamente il porto-canale sul fiume Mazzaro per andare incontro al mare aperto, veri ed unici padroni di esso. L’intrapendenza dei marinai di Mazzara, il loro grande numero, la grande sete di guadagno li spinge spesso molto vicino alle coste africane, a volte in aspro contrasto con i governi locali di quei paesi che mal tollerano quelle presenze. La popolazione mazarese è molto libera, i suoi figli più giovani amano godere la vita con spontaneità e se ancora esiste fra loro un sentimento classista verso quei coetanei che hanno pochi soldi, ciò non è un fattore decisamente discriminante da turbare i loro incontri di amichevole spensieratezza.
Lo sviluppo urbanistico della città, negli ultimi anni è stato abnorme, ma la parte viva ed importante di essa rimane ancora il vecchio centro storico ed in particolare quel lungo serpentone che a partire dalla Cattedrale si snoda per la città vecchia, Via Garibaldi è il centro nevralgico di Mazzara, in essa si trovano i negozi più belli ed esclusivi, lì s’incontrano gli amici, ci si fidanza in questa strada. In questo salotto delle vanità, Mazzara mette in bella mostra la ricchezza raggiunta o ereditata dai propri figli. I gioielli, le pellicce sfoggiate durante la rituale passeggiata serale, vengono valutati e chiacchierati da occhi esperti ed invidiosi.
In questo ambiente visse fino agli inizi degli anni settanta l’Uomo Cane.
Chi era costui che veniva comunemente identificato con un aggettivo tanto deleterio? Per il locale Commissariato di Polizia, mendicante dalla barba e dai capelli lunghi e canuti ad eccezione dei peli che gli circondavano le labbra, imbiondite dalla nicotina del molto tabacco fumato. Un uomo non pericoloso che al momento in cui era in giro per elemosinare, se ne stava tranquillamente sdraiato in un cantuccio al sole nei pressi della Cattedrale se in estate, oppure sotto i portici allorché la pioggia invernale batteva impietosa sugli uomini e sulle cose.
Per i mazaresi la figura dei questo povero mendico, rappresentava qualcosa di più complesso, egli era il protetto di San Vito, loro protettore, amico dei cani e dei mendici, agli occhi della cittadinanza, l’uomo vestito di panni stracciati, rappresentava la punizione divina che scendeva a colpire inesorabile i miseri di cuore, i superbi. E tutti i mazaresi, caso più unico che raro, non provavano ribrezzo per l’Uomo Cane, ma compassione, afflizione anziché indifferenza per la condizione miserevole che quell’essere umano conduceva giorno dopo giorno.
Essere misterioso possiamo definirlo, parlando a proposito del povero di Mazara, ed in verità tutto il comportamento che il nostro uomo teneva nei lunghi e tristi giorni della sua esistenza lo era per davvero. Negli anni trascorsi a Mazara molte furono le persone che tentarono cn ogni mezzo di trarlo dalla sua infelice condizione, ma senza alcun risultato. Giorno dopo giorno egli continuò la sua vita con ossessionane meticolosità accettando il pane che gli offrivano sempre e soltanto se questo veniva deposto per terra, mostrandosi offeso se l’esistente benefattore non desisteva dai suoi proponimenti. Per questa sua testarda volontà la gente, prese a chiamarlo l’Uomo Cane, con tale appellativo divenne talmente conosciuto nella come unità che non vi era mazarese che non fosse a conoscenza della sua esistenza e che non ne parlasse di tanto in tanto.
Il nostro misterioso uomo faceva delle eccezioni suo comportamento soltanto per le sigarette ed anche qui come delle stranezze. Fumatore incallito, egli le accettava direttamente dalle mani dei molti studenti che a volte lo circondavano incuriositi ed affascinati dallo strano individuo, purché costoro avessero avuto l’accortezza di mormorare la frase rituale: “Hai piacere a dividere con me le mie sigarette?” Il viso dell’uomo allora prendeva ad essere irradiato da una luminosa gaiezza e fin nei più reconditi interspazi dei peli della sua barba. Con garbo sorrideva all’offerente e tendeva veloce la mano verso il cilindrato di tabacco.
Chi era dunque costui? un folle, un nichilista, un filosofo, o semplicemente un mendicante che godeva delle sue stranezze? Sulle origini dell’Uomo Cane sono girate per Mazara le più fantasiose, le più incredibili ipotesi circa le motivazioni che avevano condotto un essere umano che certamente era stato in passato, alle attuali condizioni di semplice parassita della società. Tutti coloro che ebbero a scambiare qualche parola con il misterioso individui trassero la conclusione che egli fosse un soggetto fornito di cultura e la sicurezza che il luogo di nascita di quell’uomo potesse essere individuato on un punto del Nord Italia.
Tra le molte storie che circolavano sul suo conto una era senz’altro fantastica ed incredibile.
In giro si raccontava che un tempo l’Uomo Cane fosse stato un irrequieto giovane appartenente ad una nobile e ricca famiglia. Educato alla fede cristiana, egli presto se ne allontanò, divenendo un sarcastico materialista, disposto ad ogni momento a volere dimostrare come Dio non fosse stato altro che un parto della debolezza umana nel suo eterno rifiuto della morte. Terminati gli studi, il giovane prese a viaggiare frequentemente e per periodi di tempo sempre più lunghi. A nulla valsero i tentativi dei familiari di farlo sposare a qualche fanciulla di buona famiglia. Alle catene del matrimonio egli preferiva gli incontri brevi e fugaci con le mogli di altri, i bordelli, una vocazione questa che gli procurò seri guai con qualche maschio geloso e sospettoso. Prese a frequentare le taverne e i luoghi frequentati da gente il cui sistema di vivere era ai margini della legge e nel divenne presto l’instancabile animatore.
Pe i più che lo ebbero a frequentare in quei giorni, il trascorrere della sua giovinezza fu un continuo degradarsi ad un sistema di vita sociale fatto di violenza e di negazione di ogni valore positivo, di qualsiasi regola o norma che guida una comunità. Per altri, molto pochi in verità, il suo condursi quotidiano fra la gente era invece una sfida alle meschinità ed a tutti i formalismi che tenevano freddamente uniti gli individui più disparati e che lui decisamente rifiutava.
Il momento cruciale dell’esistenza di questo giovane ribelle venne presto e senza che egli stesso potesse in qualche modo prevederne gli sviluppi successivi. Erano quelli gli avventurosi anni della rinascita industriale, in Italia l’intera popolazione era pervasa da un grande fervore costruttivo e gli affari andavano a gonfie vele, ovunque operai ed artigiani si affaccendavano attorno alle macchine utensili producendo ricchezza che facilmente veniva venduta sui mercati del mondo. L’italiano cominciava a viaggiare, nasceva il turismo di massa organizzato. Colui che doveva divenire l’Uomo Cane, rifiutava ancora tutto questo modernismo forzato. Individualista, oltre che agiato economicamente, egli aveva acquistato una barca e con essa di tanto in tanto compiva lunghe escursioni per il Mediteraneo. Durante uno di questi viaggi egli venne a trovarsi nel Canale di Sicilia nel bel mezzo di una tempesta. Il vento soffiava fortissimo, alte ondate presero ad abbattersi sulla piccala imbarcazione minacciandola pericolosamente. Il natante prese a scricchiolare e a gemere impietosamente mentre la tempesta aumentava d’intensità. Un colpo di vento più forte degli altri fece saltare il timone e con gran fracasso scomparve fra le onde. La barca divenne ingovernabile rendendo inutili gli sforzi dell’uomo che la guidava.
Improvvisamente il marinaio si sentì perduto, ebbe paura della sua fine ormai prossima e come in un film vide in pochi istanti tutti i momenti principali della sua breve esistenza, rendendosi conto dei molti errori compiuti e prima che la barca venisse travolta definitivamente dalla furia degli elementi, pentito, chiese perdono a Dio di tutti i suoi peccati, prima che la realtà attorno a lui scomparisse in un grigio oblio.
Quanto tempo trascorse prima che lo sfortunato giovane riprendesse conoscenza, , un’ora, un giorno? chissà! Allorchè il naufrago riprese il contatto con le cose che lo circondavano, certo era passato molto tempo, non era più in alto mare. Si trovava steso carponi sulla sabbia di una spiaggia deserta, le onde ormai placide gli lambivano dolcemente i piedi nudi, le vesti inzuppate fradice di acqua, erano strappate in più punti.
Alzatosi in piedi si accorse che a poca distanza da lui si trovava un centro abitato, tese l’orecchio in quella direzione ed ebbe la sensazione di udire il rumoroso brusio della gente che l’abitava, ma più fortemente rimase scosso da un suono che identificò per quello della campana di una chiesa che il quel momento chiamava i fedeli a raccolta. E si ricordò di colpo gli ultimi drammatici momenti vissuti sulla barca e preso da forte commozione si inginocchiò sulla sabbia e si mise a pregare. Prima con difficoltà, poi con sempre maggiore sicurezza le parole uscivano dalla sua bocca per tanto tempo serrata, il volto bagnato per le molte lacrime che gli uscivano dagli occhi.
– “Signore, singhiozzò, ho vissuto una vita sacrilega e piena di ogni peccato, meritavo non una, ma mille volte di morire eppure la tua misericordia ha voluto che io vivessi ancora per ravvedermi delle mie colpe”.
SI fece il segno della croce e pregò ancora a lungo per la salvezza della sua anima. Qualche ora più tardi l’uomo aveva già deciso per la sua vita futura. Era stato ricco, adesso sarebbe vissuto come il più povero degli uomini, era stato superbo, sarebbe vissuto come il più umile degli uomini.
Si avviò deciso verso Mazara vicino alla quale la sorte lo aveva fatto naufragare. Da quel giorno gli abitanti di quel centro marinaro ebbero a registrare la presenza dello strano individuo fra le vie cittadine, incuriosendosi ogni giorno di più per il comportamento poco usuale che il mendicante teneva. Qualcuno scherzando prese a chiamarlo Uomo Cane e da quel giorno egli fu l’Uomo Cane. La sua dimora prese ad essere la zona attorno alla Cattedrale, il suo sostentamento la carità dei mazaresi.
Qualche tempo dopo il miracoloso salvataggio, l’Uomo Cane ne diede notizia alla propria famiglia. Alla lettera accluse anche la dichiarazione personale con la quale rinunciava a tutti i suoi beni in favore dei parenti più stretti. Ricevuta la lettera costoro ebbero buon cuore a spedire al congiunto una discreta somma di denaro che questi rimandò indietro. Ormai aveva tutto ciò che gli serviva, ed il come ottenerlo un continuo ricordargli la volontà divina.
I parenti dell’Uomo Cane non rassegnandosi all’idea che un loro congiunto potesse andare in giro per le strade a chiedere l’elemosina, chiesero ed ottennero l’intervento delle locali autorità, essi stessi intervennero personalmente venendo a Mazara, maturo fu inutile. Con educazione, ma fermamente l’Uomo Cane spiegò i motivi della sua scelta, ed agli interessati non rimase che prenderne atto.
Visse in quelle condizioni per moltissimi anni. Alla sua morte i mazaresi commossi per quella vita condotta in dignitosa miseria, parteciparono numerosissimi al suo funerale, dimostrando ancora una volta agli occhi del mondo che anche un misero può mantenere una dignità di affetto e di rispetto.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

UN’AZIONE DISONESTA

Carlo era uno dei tanti ragazzi che arrivavano a Mazara negli anni sessanta per venire a frequentare l’Istituto Tecnico Industriale “Ruggiero D’Altavilla”. Grazie alla ricchezza che le veniva dal mare questa cittadina godeva già in quel tempo di un grande benessere che portò la gente del luogo ad una sorta di consumismo aberrante, che tendeva a dilapidare la ricchezza accumulata, con ampie fatiche e nel più breve tempo, nelle cose più futili, come ad esempio un gioiello costoso, una bella macchina.
Un ambiente sciupone e godereccio, che il povero Carlo si trovò a dover subire più che a vivere per libera scelta. Conobbe le gesta eclatanti dei personaggi più famosi della comunità e ne era affascinato. Durante la notte, mentre il Mazzaro scorreva placido sotto la sua finestra, si chiedeva se per caso tutte quelle storie che sentiva raccontare in giro, non fossero frutto di fantasie popolari. A volte si domandava con rabbia se era giusto che poche persone potevano starsene alla finestra a buttare i propri soldi, mentre la gente come lui rimaneva in tremula attesa aspettando di potere arraffare il superfluo che gli altri buttavano . Quasi sempre concludeva le sue riflessioni, quando le palpebre cominciavano a chiudersi, mugugnando che la vita era una gran porcata, ma lui avrebbe fatto del suo meglio per afferrare l’occasione buona se questa si fosse presentata.
Sin dal suo arrivo a Mazara del Vallo, Carlo si sentì irrimediabilmente escluso dalla movimentata vita sociale di quella comunità. La gioventù locale godereccia e molto alla mano, da tempo aveva rotto la differenza fra le varie classi sociali, unico grave pregiudizio che rimaneva foertemente abbracciato fra gli eredi del principe di Ibn Mankund; quello del matrimonio fra pari. Una ragazza infatti veniva lasciata libera di andarsene a letto con chi più gli piaceva, ma al momento del matrimonio; che questo sacramento venisse contratto fra i pari grado per favore!
Viveva dunque quella gioventù in una frenetica libertà, amava mettersi in mostra ogni pomeriggio accalcandosi nella tortuosa Via Garibaldi, gotha e vetrina d’esposizione di ogni sentimento del popolo mazarese, sfavillante di luci multicolori, momento sacrale per un primo approccio, esposizione permanente del proprio benessere per i nuovi arricchiti.
Il giovane provinciale aveva sempre rinviato l’incontro con la comunità, per questo diventava sempre più irascibile e scontroso con i propri amici che presto cominciarono a bisbigliare malignamente alle sue spalle. Qualcuna di queste maldicenze arrivò pure alle sue orecchie e Carlo s’infuriò con il principale responsabile. Si rinchiuse sempre più in se stesso, dedicandosi allo studio, ma senza apprezzabili risultati. Era svogliato, con la mente continuamente tormentata dai fantasmi notturni di belle donne. Il quelle condizioni sarebbe stato difficile per chiunque concentrarsi con successo sui problemi di trigonometria.
Crlo intuiva bene come poter risolvere tutti i suoi problemi; trovarsi una ragazza, era questo un problema facilmente risolvibile. Difficoltà invece il giovane ne avrebbe avute parecchie, più in là, al momento di portare la ragazza in discoteca o più semplicemente per entrare nel bar Mokarta per offrirle un gelato. Compiere simili gesti, si dirà non richiede molta energia, ma occorre certamente qualche spicciolo che lui non aveva in tasca, ne tanto facilmente avrebbe potuto procurarseli.
La famiglia del giovane, infatti per mantenerlo agli studi compiva grandissimi sacrifici, ed i soldi erano davvero pochi. Si poteva dire che se Carlo a pranzo consumava qualcosa in più del previsto ciò sarebbe stato sufficiente a fargli saltare la cena.
Da qualche giorno Carlo era più depresso del solito, di fronte alla sua stanza, da un balcone di un vecchio edificio ogni tanto si affacciava una bella ragazza dai capelli scuri, gli occhi dello stesso colore, si chiamava Antonella e i due ragazzi avevano preso a scambiarsi occhiate sempre più lunghe, sempre più cariche di sentimenti. lei mostrava di gradire, oltre ogni dire, le attenzioni del giovane e sembrava che ogni parte della sua femminilità appena sbocciata o acerba ne risultasse appagata. Una disponibilità che provocava nel giovinetto sentimenti e passioni contrastanti, la propria vanità mascolina veniva ad essere appagata, ma nel contempo cresceva la disperazione al pensiero che prima o poi doveva decidersi a chiederle un appuntamento. Quei maledetti soldi continuavano a balzargli malignamente alla mente rovinandogli quei pochi momenti di felicità che quella passione gli portava.
Eppure Carlo era ormai deciso a chiederlo questo appuntamento e molto presto anche se non voleva correre il rischio di perdere la ragazza che stufa di aspettare una sua iniziativa si sarebbe rivolta altrove. Carlo per la verità un tentativo per rimediare i soldi lo aveva fatto, quando telefonando alla madre gli aveva chiesto qualche soldo in più per quel mese per un non meglio imprecisato libro che doveva acquistare, la donna al telefono gli aveva chiesto di pazientare qualche giorno ancora, il padre doveva vendere un po’ di grano e se l’acquirente pagava come si diceva “alla mano”, lei avrebbe provveduto subito ad esaudire quella richiesta.
Ancora una volta dunque il poveraccio doveva aspettare qualche tempo ed Antonella ormai cominciava a dare segni d’impazienza. Se ne era reso conto il povero innamorato il giorno in cui lui osservando di nascosto i movimenti della ragazza, gli era sembrato che la ragazza guardasse in un’altra direzione, semplice coincidenza? chissà. Sapeva che la pazienza di una ragazzina è molto limitata e che altri al suo posto avrebbero avuto meno scrupoli e meno fissazioni, ma lui era fatto così e per quanto cercasse di cambiare non riusciva ad andare contro se stesso.
Quella mattina recandosi a scuola Carlo stava pensando, ai suoi guai, aveva lasciato la casa dove stava a pensione presso una gentilissima vedova, per strada fantasticava sui mille modi per risolvere i propri guai che gli sembravano davvero troppo grandi per lui, ma era arrivato a scuola senza avere trovato una soluzione realistica.
L’Istituto Tecnico era situato in una antica costruzione di fronte alla vecchia pescheria dall’altra parte del fiume, per arrivarci i più mattinieri prendevano la strada del ponte, situato molto più a Nord della scuola, gli altri, attraversavano il largo braccio d’acqua con una vecchia chiatta.
Carlo anche quella mattina era arrivato con qualche minuto di anticipo dal suono della campana, decide l’ per l’ di avviarsi all’ufficio postale che aveva la sede nei pressi dell’Istituto per cambiare una banconota da L. 10.000 che portava gelosamente custodite nelle tasche dei pantaloni . Doveva pagare ancora l’affitto mensile della stanza e la signora Luisa, la sua padrona di casa, da qualche giorno anche se non glielo aveva chiesto espressamente, mostrava che non avrebbe aspettato ancora per lungo tempo.
Entrando nell’Ufficio Postale chiese all’impiegata alcuni francobolli. Davanti a lui c’era un anziano alquanto sordo e l’impiegata urlava e gesticolava per far comprendere al vecchietto qualcosa a proposito della sua pensione che non era arrivata puntuale. Carlo osservò distrattamente la donna dietro al banco, doveva essere di bassa statura, anche se arrampicata sullo sgabello com’era, riusciva a porsi al di sopra degli astanti qualche centimetro, ma sufficiente per farla emergere sulla calca delle persone che si trovavano dentro l’Ufficio durante le ore di punta.
Portava un paio d’occhiali così spessi che a qualche cliente davano la sensazione che fossero due fondi di bottiglia colorati. Finalmente convinto dalle spiegazioni dell’impiegata, il pensionato si fece da parte.
Carlo chiese due francobolli per cartolina ed uno per lettera. Lei, la donna degli spessi occhiali, lo servì subito ed il giovane poggio sul pianale del banco una banconota da diecimila lire, tutta spiegazzata, che le giovani mani tentavano inutilmente di stirare. La donna le prese con un certo disgusto dipinto sulle labbra, le sollevò lentamente contro la luce per controllarne l’autenticità, ed assicurata in tal senso le fece sparire in un cassetto che subito andò a coprire tra le pieghe del grasso ventre. Carlo tirò fuori un profondo respiro di sollievo, per un attimo aveva avuto il dubbio che le sue diecimila lire, per un sortilegio maligno, fossero risultate false al controllo dell’ufficiale postale. La donna contò il resto della banconota, poi aggiunse altre quattro banconote da dieci. In un primo momento Carlo non fece caso ai soldi del resto che contava mentalmente, mentre essi venivano a toccare il piano di legno.
Prendendoli in mano, egli però fu pervaso da un fremito nervoso, pensò rapidamente che forse l’impiegata aveva commesso uno sbaglio, ma poi come a coprire questo pensiero, si disse, dubbioso, che probabilmente lui aveva dato una banconota da cinquantamila scambiandola per una da diecimila. E visto che l’impiegata si era posta in attesa del prossimo cliente, infilò il denaro in tasca e con una certa premura lasciò l’edificio. Per strada il giovane esaminò il denaro, lo ricontò ripassando mentalmente la propria sia pur esigua disponibilità finanziaria frutto dell’ultima spedizione di denaro da parte della sua famiglia. Finì per concludere che egli non aveva posseduto tanto danaro, dunque l’impiegata quella mattina si era confusa, un errore che al ragazzo aveva sfruttato un bel pacchetto di banconote.
– “Soldi piovuti dal cielo” pensò il giovanotto, nel tempo che attraversò il cancello d’ingresso dell’Istituto e si diede a fantasticare sulle diverse cose che poteva acquistare con tutto quel denaro. Mentre l’insegnante della prima ora avviava stancamente l’interesse della scolaresca parlando di molecole e di atomi, Carlo immaginò lui e Antonella, mentre strettamente abbracciati, varcavano la soglia della tanto sospirata discoteca. Ebbe visione d’immergersi in un lungo tunnel, soffuso di luci di mille colori mentre si alzava il ritmo sfrenato di una canzone inglese, ballò lungamente con la ragazza strettamente abbracciata ed incurante di tutto quanto sei muoveva accanto a lui. Alla seconda ora, Carlo ebbe per un attimo il dubbio che ciò che gli era accaduto in mattinata nell’ufficio postale non fosse altro che uno stupido sogno, la sensazione della mano sul mazzetto delle banconote fugò ogni perplessità in lui, un gesto che ripetè ogni qualvolta l’incertezza tornava ad assillarlo. Alla terza ora chiese ed ottenne di potere uscire. Dentro al bagno, con la pota ben chiusa tirò fuori il denaro 3 lo ricontò un paio di volte. Nel riporre il denaro in tasca per la prima volta si sentì impacciato, come se questo fosse diventato improvvisamente risposo ed ingombrante. Stranamente gli venne da pensare che in fondo quel denaro gli era stato dato per sbaglio, subito però nel suo cervello s’aprì un’altra finestrella e pensò confortato a tutte le volte che recatosi in un negozio egli fosse legalmente derubato dal commerciante.
– “Bene” pensò soddisfatto – “questa volta è toccato a me dover incassare qualcosa”, e gli venne da pensare come al mondo vi sia una specie di legge di compensazione che regola i rapporti monetari fra i singoli individui.
Per sera la sicurezza del giovane era stata nuovamente messa min crisi. Durante il pomeriggio aveva tentato di comprare un piccolo regalo per la ragazza, ma già davanti al negozio era stato colto dal timore che qualcuno potesse chiedergli la provenienza di quel denaro, un’idea tanto assurda che finì per divertirlo. Rincasò sul tardi senza ancora avere speso una sola lira. Il rimorso per avere approfittato della disattenzione di una povera donna cominciava a scavare profonde gallerie nel suo animo e non lo lasciava più tranquillo un solo momento. La notte successiva andò ancora peggio. Il sonno non voleva scendere e si trascinò nella dormiveglia fino alle prime luci dell’alba in uno stato d’agitazione crescente. Ad un certo punto fu persino preso dalla paura che scoperto l’ammanco, i carabinieri potessero venire lì durante la notte per arrestarlo. Impaurito per quest’ultima ipotesi, Carlo decise che l’indomani, egli stesso si sarebbe recato di buon’ora presso l’ufficio postale per riconsegnare all’impiegata il denaro incassato ingiustamente. Albeggiava ormai, si alzò ed uscito di casa si avviò verso l’ufficio postale dove la mattina prima gli era capitata l’incredibile vicenda. Aspettò, l’ seduto per circa due ore l’apertura e ad ogni minuto che passava sentiva espandersi dentro il suo corpo una sensazione benefica di sollievo. Fu proprio l’impiegata dalle lenti spesse che venne per prima ad alzare la saracinesca. Carlo gli raccontò tutto d’un fiato come il giorno prima avesse ricevuto il denaro, scusò il suo ritardo con il pretesto o giustificazione che al termine delle lezioni l’ufficio postale era già chiuso. La donna commossa per quello che credeva un gesto di grande generosità abbracciò il ragazzo che gli stava davanti, ringraziandolo lungamente, poi mossa a grande generosità, mise la mano nel borsellino e ne tirò fuori mille lire che a gran forza mise dentro la tasca dei pantaloni di Carlo, incurante delle proteste di quest’ultimo.
Carlo si avviò verso un vecchio palazzo in direzione opposta alla scuola ove in uno dei tanti balconi spesso si affacciava una fanciulla bruna. L’avrebbe chiamata e forse lei sarebbe venuta giù nell’androne. Li dentro il timido Carlo, protetto dalla frescura del luogo si sarebbe sforzato a bisbigliare ad Antonella qualche frase affannosa, un pò impiastricciata, ma che lei avrebbe compro benissimo, l’amore è anche questo.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

IL GARZONE

Era da poco arrivata la primavera e la montagna sembrava essersi vestita a festa, tanto che sui pianori, lungo le pendici era tutto un rifiorire di colorati e profumatissimi fiori. Quel monte duro e crudele sembrava in quei giorni una dolce ragazza che si faceva bella per il proprio amante. Dappertutto molti uccelli di specie diverse, si davano da fare a raccogliere fili d’erba secca che sistemavano, intrecciando con cura, sui rami d’albero dove pazientemente costruivano il proprio nido. Era quello il periodo dei grandi amori e presto sarebbe venuto il momento in cui i pennuti avrebbero depositato le uova da covare, le future mamme erano preoccupate affinché il nido fosse stato pronto al momento giusto.
Una natura incontaminata ed un po’ selvaggia che obbediva ancora alle sue leggi primordiali, dov’era impossibile trovare la minima traccia della civiltà facilona e consumistica.
Soltanto un lontano rombo di un aereo militare che stava in quel momento sorvolando le nubi, ricordava al giovane pastore che in quel mentre si arrampicava lento sulla costa che la grande civiltà dello spreco era molto vicina, quasi ad un tiro di fucile da lì. Si, perché quel giovane garzone era anche lui parte di quel grande quadro naturalistico.
Seguito da un cane color rosso chiaro, egli appoggiandosi ad un nodoso bastone si adoperava per tenere il passo con quello del gregge che davanti a lui si muoveva spostandosi in modo disordinato incontro al vento. Brucando qua e là qualche filo d’erba nascosto dietro un sasso; decapitando a volte qualche corolla candida come la neve. Gli animali si arrampicavano svelti, alzando di tanto in tanto il muso alla brezza per rituffarlo subito in quell’immenso tappeto verde. Qualche agnellino dolce ed aggraziato, un po’ incosciente, si allontanava dal gruppo incurante delle titubanze delle madri che nei giorni scorsi avevano visto cacciare nella zona una vecchia volpe. Forte e ammonitrice s’alzava a volte la voce del vecchio montone come a richiamare i giovani maschi all’osservanza della sua legge e del diritto sul gregge perché continuasse l’armonia della comunità! A volte quel verso forte e poderoso sortiva l’effetto voluto, gli animali che distrattamente si erano allontanati, a quel richiamo imperioso raggiungevano il gregge scomparendo fra esso, qualcuna, sorda al rimprovero maschile, mostrava per esso indifferenza e continuava il pascolo in solitudine, ed allora era il pastorello ad intervenire prontamente. Lanciava all’animale qualche urlo serrato, tirandogli vicino un sasso e presto tutto il gregge continuava a inerpicarsi per il monte. Arrivati sul vasto pianoro, sulla sommità del monte, il gregge si distendeva ed il pastorello un po’ stanco per la strada fatta si concedeva una breve pausa sdraiandosi sull’erba dietro un cumulo di sassi messo lì nella zona a fungere come limite del confine fra i vari prati.
Il vento di aprile tirava sempre in modo fastidioso, a volte forte, dietro quel riparo di fortuna il garzone si sentiva preso da un forte senso di benessere, tirò fuori dalla saccoccia un vecchio fumetto sgualcito e bisunto e sfogliò distratto qualche pagina. Ad un certo momento si rese conto di avere appetito, mise da parte il fumetto ed aprì di nuovo la saccoccia per tirarne fuori un pezzo di pane, non molto fresco, almeno all’apparenza, ed un pezzettino di formaggio. Il giovane tolse la cosata con il coltello e con un gesto deciso la buttò a terra lontano da lui. Il cane che seguiva attentamente tutte le mosse del padrone scattò contemporaneamente al braccio del pastore, riuscì ad afferrare il pane prima che questi toccasse terra. In men che non si dica lo inghiottì in un miscuglio di briciole, di saliva e di terra che sprizzavano dalla bocca semiaperta, l’animale tornò a mettersi in posizione di riposo, gli occhi attenti ad ogni sia pur piccolissimo movimento del suo padrone, nella vana speranza che questi ripetesse l’offerta.
Consumato il povero pasto, il giovane tornò a controllare fugacemente il gregge, poi tornò ad addossarsi ancora di più al riparo. La mente del garzone, liberata per un attimo dal travaglio del suo lavoro prese a scorrazzare impetuosa sulle avventure di un fantastico eroe dei fumetti che a lui piaceva tanto. Terminò in bellezza correggendo un paio di finali di storie del famoso personaggio che a suo dire l’autore aveva scritto senza particolare calore, cadendo in un sonno pesante.
Il garzone si svegliò qualche tempo più tardi sorpreso che fosse trascorso tanto tempo. Notò allarmato che il sole si avvicinava pericolosamente alla linea del tramonto. Preoccupato di arrivare tardi alla masseria per poter mungere le pecore il giovane riunì gli animali in fretta e furia e li avviò lungo il sentiero che conduceva ai recinti. Era ormai buio allorché egli arrivò nei pressi del caseggiato, ad aspettarlo vi era il padrone che evidentemente contrariato per quel ritardo, bestemmiava di brutto con lunghe imprecazioni dirette al suo dipendente che aveva tardato quella sera.
Man mano che gli animali entravano nel recinto, l’uomo li contava attento e veloce perché nessuna di esse scappasse alla sua attenzione. Al termine del controllo il curatolo potè dedurre che dal gregge mancavano la bellezza di dieci pecore. Riprese ad insultare il proprio dipendente, mentre il poveraccio se ne stava in silenziosa mestizia, sempre più confuso ed impaurito. Non contento il vecchio curatolo impose al garzone imprevidente di ritornare sul monte per andare alla ricerca degli animali mancanti, aggiungendo che in caso negativo lo avrebbe lasciato digiuno quella sera: -“La tua minestra andrà a scaldare la pancia dei cani, loro almeno durante la notte abbaiano e fanno il loro dovere”.
Amareggiato, con gli occhi pieni di lacrime il giovane garzone si avviò lentamente sugli stretti sentieri della montagna. Era avvilito per tutti quei rimproveri, anche se stavolta, ammetteva in cuor suo, che erano giustificati. Il suo padrone era davvero una brutta bestia, lo maltrattava spesso, e dire che in compenso del suo lavoro egli versava alla famiglia una vera miseria, qualche tumulo di frumento e qualche lira al mese. Eppure per lui era giocoforza stringere i denti e sopportare i rimproveri giusti o sbagliati che fossero.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

L’EMIGRANTE

Un vento freddo di tramontana aveva fischiato per tutta la notte fra le stradine del paese, trasportando nuvoloni neri, carichi di pioggia. L’acqua era caduta in abbondanza sopra le vecchie case, infiltrandosi fra le crepe e le tegole che l’infuriare del temporale aveva stravolto. Più di un abitante quella notte fu svegliato dall’infuriare dell’acquazzone e dalle copiose infiltrazioni.
Comparvero “uteri” un po’ dappertutto, sui tetti, sulle cassepanche, e fatto ancora grave, entro i “canizza” pieni di grano. Fortuna per Carmelo che lui non aveva mai avuto il piacere di conservare un po’ di frumento in casa propria e poi quella notte, chi mai avrebbe potto dormire.
L’indomani di buon’ora infatti Carmelo e la moglie sarebbero saliti sopra la corriera che li avrebbe condotti a Palermo da dove avrebbero preso un treno che li avrebbe portati in uno sconosciuto paese della Germania.
La sera presto terminato il via vai dei parenti ed amici che venivano a prendere commiato dai congiunti, la coppia si era data da fare per preparare le valigie ed era davvero un miracolo assistere a tale spettacolo, vedere come una vera montagna di formaggi, di farina, indumenti, ecc. ecc., potesse sparire dentro un paio di misere valigie. Un lavoro di gruppo che la coppia condusse in modo davvero eccellente, con la donna a sistemare minuziosamente ogni cosa e con l’uomo che schiacciava il tutto entro le valigie sedendosi pesantemente sopra esse. Alcune passate di spago vennero poi a sigillare lo sforzo congiunto dei due.
Rimosse le valigie e poste vicino alla porta d’ingresso i due erano andati a letto e subito lui si era reso conto che quella notte sarebbe stata difficile da trascorrere elettrizzata com’era dall’imminente viaggio; lei si era rifiutata di fare l’amore. L’uomo contrariato, si era ritirato schermendosi dietro comode scusanti, ma sicuramente deluso tentò di dormire senza peraltro riuscirci. Nel proseguo della notte, il nubifragio provocò guasti anche al tetto della sua casa e l’acqua infiltrandosi attraverso le tegole, aveva costretto la coppia a scappare dal letto per rifugiarsi in un angolo asciutto, dove rimasero a lungo coperti da qualche coperta alla meglio. Fu una notte lunga per il nostro Carmelo che provvide a volte ad accorciarla tirando (tante) bestemmie all’indirizzo di tutti i santi colpevoli a suo dire del temporale notturno.
– “…porcu di san giuseppi, doppu sta min… di nuttata, di stu caz… di paisi mi nni vaju cuntentu. Cuncittina…, tu zittuti ca sinnò but…di chiddu diu va a finiri ca m’arrabbio pi vero”.
La corriera arrivò strombazzando furiosamente in paese, non c’era molta gente che partiva con un tempaccio simile, eppure anche quella mattina vi furono i soliti litigi per accaparrarsi i posti migliori, inutilmente rabboniti dall’autista che tentava di farli ragionare. La vecchia corriera si avviò per la strada in direzione della città fra furtivi segni di croce, singhiozzi repressi e furiosi conati di vomito che le prime buche affrontate dalle ruote sulla carrozzabile, avevano suscitato in molti dei viaggiatori, mentre l’autista, al pensiero del lavoro di pulizia straordinaria che avrebbe dovuto eseguire più tardi, prese ad imprecare all’indirizzo dei malcapitati, intanto l’uomo schiacciava selvaggiamente il piede sull’acceleratore ed un paio di quegli indisposti viaggiatori finirono per sputare l’anima, eppure se ne stettero in un canto, silenziosi, timorosi che un loro lamento potesse irritare ancora di più l’autista.

TORNA SU
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

L’ALBERO DEI MILLECUCHI

 

Quella notte Salvo aveva dormito poco e male, passando molte ore in un sonno agitato, pieno di azioni e di pensieri che si accavallavano volti di gente che lui non ricordava di avere mai incontrato, ma non stava male, al contrario. Il perché di quella strana dormiveglia andava collegata con il breve colloquio che il ragazzo aveva avuto con il padre poco prima di andare a letto.
La sera prima infatti, il genitore, che faceva il pastore nei pascoli della Gran Montagna, era arrivato in paese dopo qualche giorno di assenza. Durante la cena, con la famiglia riunita a tavola che ascoltava in religioso silenzio, il capofamiglia andava raccontando alcuni fatti accaduti in quei giorni. Ad un tratto, mentre costui stava terminando l’ultimo episodio capitatogli a proposito di una vecchi volpe troppo invadente con gli agnellini, ecco che Salvo raccolto il coraggio a due mani chiese: “Sai papà, la prossima settimana è vacanza, mi porti con te in campagna?”
La madre si girò verso di lui ed in tono di rimprovero gli disse: “Non devi interrompere tuo padre mentre parla, e poi ti hai già detto che sei ancora piccolo per andare in montagna”.
Salvo divenne rosso, faceva sempre così ogni volta che veniva rimproverato davanti ai suoi fratelli che diamine! In fondo lui era il più grande della nidiata e loro erano sempre lì, pronti a cogliere l’occasione buona per potersi fare qualche risata alle sue spalle.
Il padre al contrario si mostrò interessato per quella richiesta sorridendo compiaciuto disse rivolto alla moglie: “Non è poi così’ piccolo, ad otto anni io ero già in montagna ad accudire agli agnelli, in ogni caso è tempo che cominci a prendere confidenza con il lavoro del pastore, non dimenticare che abbiamo deciso che non appena termina la quinta elementare lui verrà con me a darmi una mano”, rivolgendosi poi al figlio, così egli concluse: “D’accordo, verrai con me, adesso però finisci la cena e poi vai a letto di corsa, domani mattina ci metteremo molto presto per via”.
Salvo andò a letto, ma come, abbiamo visto dormì poco e male, quando si addormentò profondamente quasi subito fu svegliato dalla madre: era ora della partenza.
– Che ora è? – chiese con un filo di voce.
– L’orologio della piazza ha appena suonato le quattro, sbrigati, papà sta già sellando la giumenta.
Il ragazzo fece davvero prestissimo, lui che solitamente usciva di casa in ritardo per recarsi a suola. In quell’occasione la madre si mostrò più premurosa del solito, Salvo trovò sul tavolo, già pronta, un’abbondante colazione, con uova sode e caffellatte. Ingoiò tutto il fretta visto che nel frattempo suo padre aveva già sollecitato il ragazzo a scendere. Prima di uscire Salvo fu abbracciato e baciato con particolare calore della madre e questo eccesso di premure da parte di lei nei suoi riguardi lo fece sentire particolarmente importante.
Uscì di casa coperto perché a dire di sua madre in tal modo egli sarebbe stato protetto dal freddo gelido che c’era in mattinata. Il padre lo aiutò a montare sull’animale mentre lui prese le redini della giumenta e si avviò per le viuzze del paese.
Salvo quella mattina ebbe modo di scoprire che la vita in paese iniziava molto presto, infatti nel breve tratto di strada che percossero, da casa loro fin oltre le ultime case, là dove iniziava la campagna, incontrarono molti braccianti che intabarrati e con le zappe sulle spalle si avviavano verso la piazza dell’orologio dove speravano che un padrone li avrebbe ingaggiati per qualche lavoro, altri contadini erano in movimento diretti ai campi, con i loro animali carichi degli attrezzi necessari.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

U’  ZU’ PAULU MARREDDA

 

Il vento di tramontana proveniente dal mare di Porto Palo, freddo ed instabile, spazzava le stridette diritte e poco illuminate del paese. Era notte ed il buio era ancora padrone delle cose e degli uomini, eppure a quell’ora Menfi era sveglia; gli uomini  scendevano nelle stalle per accudire gli animali, dare loro la biada, sellarle, scegliere e mettere pronti gli attrezzi agricoli più idonei per il lavoro dei campi.

Il quelle case piene di miseria, qualcuno dei proprietari, un po’ meno povero degli altri, possedeva una capra o una mucca che a quell’ora provvedeva a mungere inginocchiato sul pavimento tra la paglia e lo sterco degli animali, come in preghiera, perchèp il suo Dio si ricordasse di lui. Stringevano i capezzoli per solerzia e competenza mentre il latte ancora caldo e schiumoso riempiva una povera brocca di coccio, l’animale pazientava emettendo secchi a volte lamentosi richiami che s’innalzavano per l’aria, rincorrendosi fra loro come a seguire gli sbuffi del vento, a tratti più forte del solito.

Le donne menfitane al contrario si davano da fare in cucina per preparare il lato al proprio uomo che lo avrebbe consumato a mezzogiorno durante una pausa del lavoro e mentre gli animali masticavano la loro razione di orzo. Non c’era molto da mettere sotto i denti: quattro olive, una crosta di formaggio, due fichi secchi che dovevano essere divisi tra i molti componenti della famiglia.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

STORIE D’ALTRI TEMPI

 

É una storia d’altri tempi, si potrebbe dire che non è mai esistita se non nella fantasia dei soliti maligni, di quei poveracci che da sempre in passato sono corsi dietro un tozzo di pane senza mai poterlo raggiungere.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

LU PANI CU LI FAVI

 

La strada era stretta e priva di marciapiedi, i rari passanti che la percorrevano camminavano tra mille difficoltà, a volte sfiorati dalle macchine che in quella zona avanzavano a velocità sostenuta, spesso rendendosi pericolose. D’inverno poi, dopo i violenti acquazzoni, sembrava che gli uomini alla guida delle macchine provassero un insolito piacere ad accelerare i loro mezzi nei pressi delle tante pozzanghere d’acqua fangosa che abbondavano nella strada, tanto da schizzare fin sopra i capelli dei malcapitati che per qualche necessità si trovavano a percorrerla
La via si trovavalontana dal centro della città, un tempo era in piena campagna ed essa era solamente una stretta trazzera che disimpegnava due fondi rurali molto ampi. Attorno a questa antica via con il tempo erano nate alcune casupole costruite alla meno peggio dai contadini che lavoravano i terreni vicini, in seguito alle pressioni fatte sui politici locali, gli amministratori acconsentirono a trasformare quella strada sterrata e vi apposero un manto d’asfalto, da quel momento la gente della zona ebbe l’illusione di appartenere alla grande città ormai vicina. Le facciate delle povere case vennero rifatte con qualche abbellimento; un portantino pretenzioso, un muro rifatto a calce, un balcone ornato con qualche vaso di menta e basilico, la stessa via venne intitolata con il nome di un martire della guerra d’Africa, chi poi fosse in realtà quel soldato che ebbe la pessima idea di farsi trucidare dagli abissini nessuno dei locali ebbe a saperlo, né alcuno di loro si era dato da fare per conoscerlo.
La via in questione era abitata da contadini che ricavavano il sufficiente per vivere coltivando piccoli fazzoletti di terra ad orto, i prodotti del quale gli stessi produttori vendevano, andando ignoro per le vie della città, altri ancora erano vaccari che per alimentare le proprie bestie andavano giornalmente nei mercatini rionali a caricare sui propri mezzi i rifiuti di cavoli, di lattughe, ecc. ecc., che si ammonticchiavano agli angoli delle strade, spesso questi uomini erano costretti a litigare tra loro quando gli alimenti essenziali per i propri animali erano insufficienti, o anche era la protezione del padrino del luogo a favorire alcuni a scapito di altri.
Gli anziani della strada, quelli non più idonei ai lavori pesanti, ogni mattina inforcavano delle vecchie biciclette per consegnare ai clienti il latte appena munto, spesso diluito con acqua per venire incontro alle molte richieste.
Adesso questa antica via cittadina veniva minacciata nella sua esistenza visto che la campagna attorno ad essa si andava assottigliando ogni giorno di più, inghiottita dall’espansione edilizia che proprio in quella zona si era abbattuta impietosa e selvaggia. SI costruiva a casaccio, un palazzo qui, un altro più avanti, ma intanto questi casermoni moderni a dieci piani cominciavano as alzarsi minacciosi sulle povere case che sempre di più, agli occhi dei proprietari, apparivano quello che esse in realtà erano: delle misere casupole costruite alla meno peggio allo scopo di riparare dalle intemperie alcuni poveracci. Qualche abitante della zona che nel corso degli anni era riuscito a mettere qualche soldo da parte, aveva ristrutturato la propria abitazione dandogli un aspetto piacevole, ma alcune di esse, abbandonate, erano presto diventate il regno dei bambini, dei loro giuochi e delle prime scoperte della loro precoce sessualità, un ottimo rifugio per topi ed insetti di ogni tipo.
Una delle case più vecchie della strada era occupata da un agricoltore, uno dei pochi della zona che non aveva fatto fortuna con il proprio lavoro, adesso era un vecchio irascibile, il volto scavato da mille rughe lasciava intravedere all’occhio del curioso una vita passata sta gli stenti, sotto il sole cocente d’estate, o sferzato dal freddo gelato della tramontana d’inverno, sempre a lavorare quella terra che gli si mostrava ostile dove il gelo o la mancanza delle piogge gli impedivano di ottenere un buon raccolto.
Contrariato per questi dispetti della natura, il vecchio aveva preso il vizio di bestemmiare il suo Iddio, sperando a volte nella sua reazione, ma nessuno dei suoi desideri si potè avverare. Il divino continuò a mostrarsi assente negli affari dell’agricoltore che col passare degli anni si fece sempre più vecchio ed inabile al duro lavoro dei campi. Un bel giorno l’uomo si convinse a lasciare il suo campo e smise di eseguire i lavori pesanti, dietro la propria casa possedeva qualche centinaio di metri quadri di terra e nelle belle giornate di sole, quando il caldo faceva rifluire nelle sue vene un po’ di energie, egli prendeva il suo vecchio attrezzo da lavoro e zappava la terra. L’uomo aveva una particolare passione per le fave verdi e puntualmente a novembre seminava quelle leguminose nel terreno dietro casa.

TORNA SU

.
.