Gagliano Padre Antonio – Oltre le parole


POESIE
Solidarietà  –  La cicala riconoscente  –   Egoismo mortale  –   Generosità –   Il tuo saggio  –   La superbia umiliata   –   L’aquila e il parassita  –   Valore del piccolo  –   La vera vittoria  –   Prepotenza imprudente  –  Dimmi chi pratichi e…  –  Tradimento  –  Boria punita


OLTRE LE PAROLE – Perchè? – Perché spesso le parole non dicono nulla, non fanno altro che intrappolare l’essenza di ciò che vogliamo esprimere nelle loro forme, nei fonemi, nei grafemi A volte esse ci fanno vivere in un’illusione  l’illusione di comunicare con i nostri simili di creare con loro uno scambio di… parole. Ma le parole non sono altro che convenzioni, scaturite dal bisogno che abbiamo noi uomini di allacciare relazioni con gli altri uomini. Cosa fare, quindi, per comprendere realmente e per farsi comprendere, aldilà di questi segni convenzionali?

É necessario andare oltre, prescindere dalle parole scritte (e udite) per ricercare e scoprire il vero significato, ciò che si nasconde dietro di esse. Per riuscire in tutto questo si deve imparare a “demallare” le parole onde gustarne l’intimo e genuino sapore.

Ecco la chiave di lettura di queste pagine.

Pagine vive, permeate di ironia e sentimento. Ogni brano, racchiuso in questo libro, ha come fulcro una serie di “parole – chiave”, le quali , “spogliate delle loro vesti materiali”, ne sintetizzano l’intima essenza. La veste grafica funziona, altresi’, da “filo di Arianna” per guidare il lettore nel “labirinto” delle parole.

Poesia e prosa, infatti, sono tali solo “tipograficamente”. Esse si mescolano, si scambiano, confluiscono l’una nell’altra, diventano, infine, riflessione; riflessione che non ha piu’ bisogno di guardare alle parole stampate.

Pagine, quindi tutte da meditare queste, le quali racchiudono “exempla”, `fabulae”, ciascuna con la sua “morale”; morale che, come in ogni favola che si rispetti, va oltre le parole.

Rosalba Giacalone

 


.
.
.
.
.
.
.
.
.
.</span

SOLIDARIETÁ

Un monaco disse: “Sono vecchio e stanco;
mi fermo ad aspettare la morte che passi,
poi, andrò con lei. Solo così potrò riposarmi”
Un altro monaco disse:
“Sono giovane e forte,
andrò avanti per la strada di Dio
e nessuna cosa mai mi fermerà”
I due, guardandosi negli occhi, dissero:
“Prendiamoci per mano e facciamo la stessa strada”.
É da secoli e secoli che i due camminano
senza mai affannarsi, senza mai stancarsi.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

LA CICALA RICONOSCENTE

La Cicala arricchì improvvisamente; comprò un maniero collinare
con piscina e parco annesso, l’arredò con preziosi mobili d’epoca
e lì viveva mangiando, bevendo e cantando spensieratamente.
E, come capita anche agli uomini, in breve dimenticò gli amici
ai quali aveva chiesto aiuto e coi quali aveva patito la fame e il freddo.
Una sera, dopo aver mangiato e bevuto abbondantemente e
oppressa dai rimorsi che spesso l’assalivano e la tormentavano,
la Cicala risolse di sdebitarsi con l’ormai vecchia
e acciaccata indulgente amica e uscì decisa.
Al veder quella vecchia bicocca alla cui porta
aveva tante volte elemosinato un aiuto,
le si strinse il cuore e gli occhi si velarono di pianto:
“Sono stata una sciagurata” disse tra sé la Cicala,
“come ho fatto a dimenticarmi della mia più cara e vecchia benefattrice?”.
spettò un momento, aprì e chiuse parecchie volte le palpebre,
respirò profondamente, poi bussò.
na flebile voce, ma roca e profonda quasi come proveniente dal fondo d’un tegame
dentro cui soffrigge qualcosa, invitò a farsi avanti.
Entrò e restò stupita nel constatare come la solita e dignitosa povertà regnava nella casa.
Si guardarono per un po’ senza nulla dire;
e prima che la Formica potesse riprendersi dallo stupore,
l’ex cantante dei campi attaccò: “Cara amica,
sono sicura che hai già perdonato il mio lungo silenzio;
per rinsaldare la nostra vecchia amicizia e per ricambiare tutto il bene che mi hai fatto,
ti condurrò nel mio maniero, ti farò curare dai migliori medici,
una sana e sostanziosa alimentazione
abbinata a salutari passeggiate nei boschi
ti aiuteranno a rimetterti in sesto;
nel frattempo penserò, a mie spese, alla ristrutturazione di questo tugurio
La Formica, conoscendo bene la vecchia amica,
non ebbe la voglia né la forza di ribellarsi.
La Cicala prese alcuni indumenti, ne fece un fagotto,
diede il braccio alla Formica e uscirono.
Una folata di vento fece sbattere talmente forte la porta
che la Cicala… si svegliò!!!

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

EGOISMO MORTALE

Un filo d’erba, palliduccio ma voglioso di crescere
bello e forte, fece una lunga passeggiata per i campi
dove incontrò fiori colorati e profumati, graziosi
animaletti che volavano e cantavano, altri che lavoravano.
L’aria era fresca e tersa. Rivoltosi ai suoi simili,
si informò se quel ritmo attivo e gioioso della vita,
durasse tutto l’anno.
“Si – rispose una margheritina – a patto che, chi vive
tra, noi, sappia darsi generosamente agli altri; come
facciamo noi”. Ciò rattristò molto il filo d’erba; tornò
sui suoi passi e morì solo e senza eredi.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

GENEROSITA’

In autunno una foglia cadde e tramortì; il vento
la mischiò alle altre.
Sotto l’acqua di dicembre, sotto la neve di gennaio,
ella tremava di freddo.
Un giorno sentì un debole gridolino d’aiuto; si scostò
e ascoltò un pò: era un piccolo seme
privo di cibo e indumenti.
La foglia disse: “Sono tutta tua”; si accartocciò
e dopo un pò morì.
A primavera, quando il seme divenne piantina,
riempì il mondo di mille fiori che avevano il profumo
della riconoscenza.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

IL TOPO SAGGIO

Un giovane Mamba nero, ancora poco esperto
della vita, faceva una passeggiata esplorativa nel bosco.
Quando si accorse di aver perduto l’orientamento;
piangendo e gridando, cominciò a invocare aiuto.
Considerato che nessuno gli rispondeva,
decise di fermarsi sperando nell’arrivo di qualcuno<
che, quantomeno, lo accompagnasse per un pò sulla via del ritorno.
Improvvisamente sentì uno squittio: un vecchio topo,
con grande circospezione, cercava cibo.
Il serpentello volgendo la testa verso la sorgente del suono,
alzò la voce e disse: – “Sono escoriato, contuso e affamato;
vorrei tornare a casa; mi daresti una mano?”.
“Figlio bello, rispose il Topo da sotto il fogliame,
un giorno mio padre si trovò nella mia stessa circostanza
e, per essere molto disponibile ma poco previdente,
finì nello stomaco di tuo nonno.
Se vuoi ritrovare i tuoi, segui il volo della poiana”.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

LA SUPERBIA UMILIATA

La superba Aquila volò alto; incontrò un solitario
Cirro e gli disse: “Spostati, e fammi guardare il Sole”.
Il Cirro, tremante di paura, subito ubbidì.
La superba Aquila, volteggiando nel cielo,
incontrò una piccola Nube bianca e disse:
“Spostati, fammi godere la bellezza del Sole”.
Quella andò via lentamente.
La superba Aquila continuando il volo maestoso,
incontrò una nube incavolata nera e le disse:
Ehi tu! vestita a lutto, va a piangere i tuoi morti altrove!”.
Quella si fermò e in un battibaleno rovesciò
tutte le sue lacrime sulla regina superba e arrogante,
la quale tornò subito al suo nido per cercarvi riparo e calore.
Una fragorosa risata di scherno,
ma anche di compassione, riempì l’universo.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

L’AQUILA E IL PARASSITA

Quando l’Aquila volò più in alto delle cime dei monti,
e, in basso tutto rimpicciolì, disse:
“Io sono la sovrana dell’universo”.
Sentì una risatina quasi di scherno”.
Di nuovo gridò: “Io sono la regina dell’universo”.
La risatina si fece risentire.
E l’Aquila disse: “Chi sei tu che ridi di me?”.
Rispose una voce: “Io sono il solito parassita
che vive tra il piumame della tua testa
e quindi sto più in alto di te”.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

VALORE DEL PICCOLO

Le tribù dei Numeri si ritrovarono puntuali
al quadriennale congresso per eleggere il Capo.
E tutti parlarono brevemente così: “Io sono il numero Uno;
sono il vostro capofila e dunque il più importante!
Chi meglio di me potrà rappresentarvi presso le altre tribù? Eleggetemi”.
Il Due fu telegrafico: “Io, da solo, valgo il suo doppio. Votatemi”.
Il Tre disse: “Io sono il numero perfetto; ricordo la Trinità
Il Quattro cercò di volare alto: “Io sono il numero di Empedocle;
siccome acqua, aria, terra e fuoco sono gli elementi componenti l’essenza del mondo,
sfido io a trovare uno più importante di me”.
“Chi comanda – libero non è – di tutti è servo – di tutti zimbello
– la mia libertà – la mia libertà – tengo per me”
Il Sei disse: “Se in piedi valgo tanto, capovolto valgo tre di più; votate me”.
Il Sette, frequentatore di sacrestie, affermò:
“Siccome sono il numero biblico per eccellenza e voi,
da buoni cattolici dovete anche perdonare non sette volte
ma settanta volte sette, votando me avrete
l’occasione buona per ricordarvi sempre
quale é il vostro dovere di cristiani
sia nei confronti di Dio sia nei confronti di colui che è nell’errore.
L’Otto, essendo totalmente afono, si espresse con gesti;
nessuno lo capì, ma non se ne dolse più di tanto.
Il Nove disse: ” Sono il più grande fra voi, ho più esperienza
e più capacità; non solo, ma ogni volta che l’uomo deve
oltiplicare o addizionare o dividere (cosa, quest’ultima,
molto rara e dolorosa!) ricorre sempre a me
er controllare l’esattezza delle sue operazioni;
dunque, per il suo e vostro bene, eleggete me”.
Fra il cicalio proprio di ogni pre-elezione pacata e democratica,
si alzò una timida vocina che chiedeva di parlare.
Ottenutone il permesso, così si espresse:
“Sapete benissimo che sono lo Zero e valgo quel che valgo.
Sapete anche che sono tondo e mi piace tanto spostarmi
ove meglio mi aggrada; se mi garba di precedervi,
voi tutti valete molto meno di quanto pensiate;
se vi seguo, vi faccio acquistare sempre più valore e importanza.
“Traete le vostre conclusioni”.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

LA VERA VITTORIA

Toro Ferdinando amava la campagna,
i ruscelli, i prati, i fiori.
Era gentile e cordiale; d’indole buono e generoso,
si faceva in quattro per aiutare quanti
si trovavano nel bisogno.
Ma giù, in fondo al cuore,
a volte l’istinto della forza bruta e
della violenza si ribellavano;
e ciò avveniva ogni qualvolta un suo simile
lo marchiava di incapacità e di inettitudine.
Ma Toro Ferdinando teneva duro
e continuava dritto per la sua strada.
Un giorno, un torello che era cresciuto
con l’idea fissa; di essere più forzuto di Ercole e
più astuto di Odisseo,
passando davanti la casa del nostro 
saggio e paziente Toro Ferdinando, gli disse:
“Crumiro della razza bovina, 
rodomani, dall’arena di Oviedo, 
ti porterò le budella del più grande torero di Spagna”.
Sarcasticamente muggì e partì a tutto gas
lasciandosi dietro una lunga scia di polvere.
Da quel momento in poi
nessuno lo rivide mai più. 
Toro Ferdinando, già trisavolo, ancora adesso 
racconta la storia ai suoi nipotini.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

PREPOTENZA IMPRUDENTE

Re Leone, ammantato e ornato di tutte le insegne regali,
chiamò attorno a se i consiglieri predatori,
i ministri succhiatori,
i generali pulitori di praterie e,
dopo aver imposto il silenzio,
disse: “Fratelli, vi comunico che l’uomo
sta distruggendo il nostro habitat;
perciò, tutti quanti, dico “tutti quanti”
fate un piano, organizzatevi e muovete
guerra al prepotente e arrogante uomo”.
Una Scimmia arboricola,
discendente da vecchi e convinti anarchici, e,
anarchica anch’essa, disse: – “Plaudo
al progetto. Ma, dimmi: ammesso pure che avremo la meglio sull’uomo,
chi libererà gli animali della savana dalla tua prepotenza e dalla tua arroganza?”.
La quadrumane schignazzò e, senza attendere risposta,
scomparve tra i folti rami degli alberi.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

DIMMI CHI PRATICHI E…

Un alieno venne sulla terra per studiarne la fauna.
Sul far della sera ritornava alla base
situata poco fuori un paesino collinare,
e, in santa pace scriveva le sue impressioni e riflessioni.
Un tardo pomeriggio, mentre era intento al suo lavoro,
sentì grida, minacce, terribili bestemmie e qualche sparo.
Preso da curiosità, si affacciò da un oblò della piccola astronave
e vide due animali che se le davano di santa ragione.
I due appartenevano ad una specie di cui non ricordava assolutamente nulla.
Ma, come fare cessare il frastuono?
Accortosi che i contendenti avevano le antere,
azionò i congegni propri sperando di contattarli.
La cosa riuscì; quindi disse: ” Signori,
mi fareste la cortesia di altercare tra voi un po’ più in là?”.
La lite cessò all’istante;
ma subito dopo
ricominciò con maggiore virulenza.
La cosa si ripeté più volte
e sempre con le stesse modalità.
Improvvisamente, l’extraterrestre, si ricordò di aver visto tali animali;
prese il dischetto, lo inserì nel drive,
entrò nel programma e oltre a vedere gli animali,
ne lesse la didascalia:
BLATTA: scarafaggio, ortottero notturno,
preferisce vivere nelle fogne.
SCARABEO stercorario, nero,
con riflessi di color verde metallico
ama stare tra escrementi degli animali domestici.
L’alieno, non perse altro tempo e si cercò un altro posto.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

TRADIMENTO

Il giovane morì lasciando due figli e una moglie.
I genitori lo piansero perché onesto, buono e lavoratore.
I figli lo piansero perché sentirono subito la mancanza
di una guida e di un compagno di giochi.
La moglie restò impietrita dal dolore
e non una lacrima bagnò le sue giovani gote.
Solo che, mentre il cadavere era ancora caldo sul letto,
un invisibile ma potente congegno
faceva lentamente girare la testa
della giovane vedova verso la porta.
 .
Quando, in controluce, scorse la sagoma ell’amico,
pianse anche lei!

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.

LA BORIA PUNITA

A febbraio il Mandorlo fiorì e, vanitoso com’era,
ubito volle fare una passeggiata per i campi.
Incontrò l’Ortica e disse: “Cosa inutile,
quando passo potresti almeno spostarti un po”!
Andando oltre, incontrò l’Edera e disse: “Sanguisuga<
della natura, chi ti ha insegnato a mostrarti indifferente
verso quelli che sono più importanti di te?
Scostati e non intralciare il mio incedere”.
 .
E tale alterigia mostrò anche nei confronti di un uccello che,
stanco, ebbe l’ardire di posarsi per brevissimo tempo su un suo ramo.
E allora le umili piante si riunirono, pregarono il Dio
perché concedesse loro forza e coraggio per sopportare
pazientemente l’arroganza e la prepotenza del Mandorlo.
 .
Gli uccelli portarono subito la richiesta al loro Dio
il quale accolse le suppliche.
Immediatamente venne un vento talmente forte
che sparse per ogni dove
le tessere dello spocchioso mantello bianco
impedendo al suo padrone di portare frutti.
Considerato che la cosa si ripeté per parecchi anni,
il contadino sradicò l’albero e, tagliatolo a pezzi, ne fece legna da ardere.

TORNA SU

.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.
.