Etiopia: significa “Terra dei popoli dalla faccia bruciata dal sole”. In alcuni villaggi c’è solamente tanta fame e tanta polvere, la mortalità infantile è davvero tanta. decido di partire per l'Etiopia nel mese di agosto 2011, con tre amici fotoamatori di Firenze: un sogno che porto con me già da alcuni anni, avendo visto più volte reportage fotografici di questa parte dell'Africa. Prendo la palla al balzo quando mi viene proposto dai miei amici questo viaggio; mi dicono che ci sarebbe stato un posto sul fuoristrada: un veloce consulto in famiglia e mi viene dato il benestare per la partenza. Dopo un viaggio in aereo durato 7 ore, si arriva nella capitale, Addis Abeba. Sta piovendo, ci guardiamo in faccia e diciamo “speriamo non sia così durante la nostra permanenza”. Questi sono i mesi delle piogge, ma per fortuna a noi è andata bene e durante il nostro percorso è stato clemente. Il giorno successivo si parte per la Savana: ci vogliono un paio di giorni prima di incontrare un vero villaggio. Come arriviamo al primo villaggio, si presenta subito davanti a me una situazione quasi indescrivibile: queste persone, vivono ancora oggi con poche cos, sembrano situazioni immutate nel tempo. Io pensavo che alcune sottomissioni - sopratutto delle donne - fossero ormai superate, ma purtroppo mi son dovuto ricredere nel vedere gli incredibili riti ai quali sono sottoposte le femmine in alcuni di questi villaggi.

In Etiopia esistono 76 etnie (è definita infatti “Museo dei Popoli”) e sono più di 200 fra lingue e dialetti parlati in questo stupendo Paese. Ho potuto visitare il museo di Addis Abeba - dove vi si trova lo scheletro di Lucy l'Australopithecus Aferensis: un ominide risalente a circa 3,5 milioni di anni fa che è stato ritrovato nella Rift Valley, dove si presume sia partita l’evoluzione dell’uomo. Nel sud dell'Etiopia, ai confini con il Sudan e con il Kenia, vivono ancora alcune popolazioni rimaste allo stadio primitivo: Dorzè - Konso - Mursi - Banna - Dansek - Hammer - Haro.

Note Biografiche dell'autore


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