L'ARTE FOTOGRAFICA DI FRANCO ALLORO - “Nulla è più vicino all’abolizione del tempo, tra le rappresentazioni che l’uomo sa dare della propria vita, della fotografia; ma al tempo stesso nulla ne è più lontano. È come la palla di gomma che tocca il muro ma ne rimbalza lontano, magari a sperdersi“. Così Sciascia in una nota su “Scrittori e fotografia”, in occasione di una mostra di ritratti realizzata alla Mole Antonelliana di Torino.

Parafrasando Sciascia, potremmo dire che nulla è più vicino all’abolizione dello spazio delle fotografie di Franco Alloro, ma nello stesso tempo nulla ne è più lontano. Come, in un gioco di specchi, l’infinitamente piccolo, reso visibile dall’obiettivo, riesce a contrarre lo spazio, a ridimensionarlo, per imporsi e svelare la sua complessità. Una miriade di forme si offre al visitatore, lontanissime dall’oggetto da cui hanno preso il via.

Franco Alloro, attraverso l’occhio della macchina fotografica, va oltre il fenomeno, trova il varco, la maglia rotta che porta ai di là, nell’invisibile e vi si tuffa come Alice nel Paese delle Meraviglie, incantato dalle opportunità che la tecnica gli offre per esplorarlo. Focalizza un oggetto. Lo scompone, isola delle piccole schegge, dei frammenti, li bombarda di luce e di colore. Ne amplifica le proporzioni e li ripropone in veste nuova. Non importa a quali mezzi tecnici ricorra l’autore. Contano i risultati. E i risultati esteticamente sono straordinari. E disorientano. Perché quello che vedi non è quello che pensi. É tutt’altro. E grande è lo scarto tra quello che è e quello che appare, tra l’essenza e l’apparenza. “Ogni cosa è infinite cose” potremmo dire con Borges.

Un coccio di vetro diventa un’ala trasparente di farfalla, una crisalide, una tenda slabbrata, un velo indiano, una ragnatela, la costola di un animale, un tulipano, una rosa scarlatta, una bandiera, un mare senza confini, il magma di un vulcano, una vena pulsante di sangue. Diventa l’Aleph, l’infinitamente piccolo nel quale è nascosto l’infinitamente grande. Ci si può perdere dentro un coccio di vetro e spaziarvi dentro come in un labirinto. “Il diametro dell’Aleph sarà stato di due o tre centimetri, ma lo spazio cosmico vi era contenuto, senza che la vastità ne soffrisse”. Così Borges nel racconto omonimo. L’impressione che ci portiamo dietro dopo avere visitato una mostra di Franco Alloro, è quella di avere percorso, in piccoli cocci di vetro, l’universo.


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