Cardillo Licia in Di Prima – Poesie


POESIE

La società, o figlio, è come un fiume

La società, o figlio, è come un fiume

con mille e mille gocce disuguali.

C'è spazio anche per te nel suo fluire.

Non esser come un tronco alla deriva

che, a capriccio, si mette di traverso

o una perla sepolta nel fondale

o una roccia che ignora la corrente.

Sii come giunco che si piega all'onda

candida vela che dirige il vento

faro di luce a chi non sa vedere.

Non aspettar la piena o la risacca

per formare con gli altri una catena,

ma, pur nella bonaccia, dai la mano

e assieme agli altri corri verso il mare.

 Poesia selezionata su Rai 1 “Popolo di poeti” nella trasmissione di Pippo Baudo

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Con ali di farfalla... 

Ha pareti di lino la mia cella

e grata di sottili filigrane

d'azzurro spento che non so se è cielo

Dal burqa il mondo appare così grande

che non posso inquadrarlo in uno schermo

ma neanche tu che mi hai chiuso dentro

hai delle cose una visione chiara

Non puoi vedere se amo godo rido

se piango impreco grido oppure t'odio

Dalla prigione tua senza confini

insegui folli sogni di dominio

mentre io con ali di farfalla lievi

le labbra rosse come fuoco vivo

gli occhi neri di rimmel e di ombretto

il fard color sangue sul mio viso

volo là dove travestirsi è gioco

e agli stolti si fanno gli sberleffi.

Alle donne prigioniere

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Ora non ci perdiamo più tra i filari...

Vespe e farfalle tessevano danze e canti d’amore

tu  intrecciavi per me diademi di tralci

e sulle mie labbra spremevi uve mature

per berle con me

Erano i giorni del fuoco

E il fuoco correva sui pampini,

lungo i filari fino al tramonto fino al greto del fiume

sui campi di stoppie

il lago incendiava

il mare là in fondo

e bruciava le vene

I papaveri erano coppe colme di sogni

e le nuvole ali giganti di gabbiani imbrigliati a carri infuocati

montagne

 castelli incantati

 forzieri d’oro e corallo

e le vigne tappeti volanti

 letti di seta che fremevano al vento.

Dai  tralci

gli acini

 gemme dorate rosate di ambra

 pepite d’argento,

distillavano miele

e la tua bocca parole più succose del mosto

Erano i giorni del canto, della frenesia, dell’ebbrezza

Io alla vampa bruciavo le ali e non sentivo dolore.

Poi vennero i giorni del vuoto

Le coppe rimasero nude come le ore,

nude come i tralci di vite.

Fuggirono farfalle vespe e gabbiani

i castelli di nuvole divennero tetri

gli acini grani di nulla

Al ritorno spillasti la bottiglia migliore

Il vino rosso rubino, un Syrah invecchiato in cantina,

tinse le tue e le mie labbra e scaldò la memoria.

Ora non ci perdiamo più tra i filari

Il fuoco lo attizziamo col vino maturato negli anni.

Ha dentro la tempesta i profumi del bosco  l’amore

e persino il dolore.

Ha dentro la vita

E tu continui a berla con me.

A Gaspare, compagno della mia vita

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ATREO NON È MORTO

Quando le colpe dei padri ricadono sui figli.

Veleggia l'aerea conchiglia

Come un tappeto volante naviga

a ritroso nel tempo

nell'aria mite del crepuscolo

nel  bagliore  allucinante

tra  le nuvole

Fuma l'incenso

ardono i fuochi

l'arcano aleggia nell'aria

È di scena il Mistero

Il furore infernale morde il cuore

lo strazia

lo incendia

Uccide gli dei

Nella Reggia di Tracia

arde Atreo

di cupa follia

infuria

incrudelisce

geme vendetta

Ai figli di Tieste cinge il capo

di bende purpuree

intona canti di morte

con mano furente lorda il ferro di sangue

All'empio misfatto

si spegne l'altare

inorridisce il cielo

al pasto immondo

Urla e geme Tieste

La notte pietosa

di tenebre

vela l'atroce delitto

Sull'Isola

veleggia l'aerea conchiglia

scopre l'abisso

a Capaci

la strada strozzata

che vomita sangue

le attorte lamiere

i fiori di ferro

svela la mano

del mostro

che strozza

il bambino

lo squarta

nell'acido ne scioglie

le tenere membra

Atreo non è morto

Pietosa

nasconde

la notte

l'urlo di madre

Ardono i fuochi

stride la carne

È di scena l'inferno.

 

Poesia per Giuseppe Di Matteo, piccolo martire, ispirata da “Il Tieste” di Seneca al Teatro di Segesta.