La ragazza che guardava l’acqua – Giorgio Faletti

Ci sono mondi, accanto al nostro, di cui non conosciamo l’esistenza. Esseri di cui non sospettiamo la presenza. Qualcuno li chiama «Mostri», perché la diversità fa paura, e forse il protagonista di questa storia potrebbe essere scambiato per uno di loro. Ma poi ci si rende conto che a volte i veri mostri, quelli più orribili e pericolosi, vivono in mezzo a noi, sembrano uguali a noi, vestono come noi. Questo  sorprendente racconto di Giorgio Faletti ce ne fa conoscere uno, e partendo da un lontano mondo di fantasia ci porta nella dura realtà del «nostro» mondo.


La prima volta che vidi la ragazza, piangeva. Non so da che parte fosse arrivata, perché di giorno me ne sto il più possibile rintanato sotto la superficie, dove il fondo è scuro, in una zona coperta da alghe poco lontana dal condotto che porta alla mia caverna sotterranea.

L’avevo sentita arrivare però, con quel senso che mi avverte sempre quando un essere è nelle vicinanze del lago o sta per arrivarci. Non so bene come funzioni. È una specie di vibrazione che gli uomini portano con sé, come provocata da qualcosa che hanno dentro e si prova sotto, sopra e intorno a loro. È qualcosa di simile a ciò che succede quando qualcuno tira un sasso nell’acqua e i cerchi partono e cavalcano con pigrizia l’acqua calma a cercare la riva.

Ci sono giorni, certe domeniche d’estate, in cui la presenza degli umani sulle rive del lago è così forte che devo nascondermi sotto, al sicuro nella caverna, per proteggermi dalla vista e dalle ondate di vita che fanno vibrare anche me. Non sempre è piacevole. A volte l’emanazione è cos’ in tenda che mi sembra di essere afferrato da due mani gigantesche che mi scuotono avanti e indietro.

Sono anni che vivo qui, sotto la superficie.

Nessuno mi ha mai visto, nessuno ha mai sospettato la mia presenza. Il riflesso dei monti e della vegetazione intorno al lago è così nitido che mi aiuta a nascondermi. È come se lo sguardo che parte dalle montagne fosse deviato dal riflesso sulla superficie, per cui chi guarda il lago dopo aver guardato tutto intorno in realtà si trova di nuovo a osservare le montagne. Sembra che il lago sia stato messo lì non per essere ciò che è ma per continuare quello che lo circonda.

Ci sono alcune costruito in sulla riva, dove è possibile per gli umani in vista comperare da bere o fermarsi a mangiare, ma nessuno fi quelli che lodano vive lì. Quando alla sera non c’è più nessun turista, i proprietari chiudono quelle case e se ne vanno, imboccando con dei mezzi che si muovono la strada sterrata che porta non so dove. Il mio mondo finisce sulle rive di questo specchio d’acqua. L’unico  spostamento che mi è permesso è quello che faccio con lo sguardo, quando il lago è deserto e io lascio uscire il mio lungo collo oltre la superficie e con gli occhi percorro la linea delle montagne che girano intorno all’orizzonte.

C’è un po’ di ansia nel vedere quanto tutto è più grande rispetto al mio piccolo mondo subacqueo, un minuscolo sottile dolore per quello spazio sconfinato che non percorrerò mai. Ma l’aria fresca, basta la  mia solitudine e un robusto colpo delle mie zampe palmate per godere in pieno della libertà del lago deserto, nelle ombre del tramonto. Muovere veloce il mio corpo affusolato e tuffarmi e riemergere dai riflessi sull’acqua è un po’ come fare parte del riflesso stesso, è come essere in qualche modo sulle montagne che non vedrò mai da vicino.

Non so quando tempo sto qui. So solo che a un certo punto, molto tempo fa, ho avuto la percezione di esistere e che dovevo nascondermi per continuare a farlo.

Da sempre sono solo.

Mai, in tutto questo tempo trascorso, è arrivato sulla riva del lago qualcuno o qualcosa che potesse assomigliarmi. Forse altrove ci sono altri laghi e sotto la superficie ci sono altri come me, ma qui sono l’unico e non posso partire e mettermi a cercare. Solo l’idea mi fa stare male. Non so perché, ma so che sarei distrutto prima di scoprire se c’è quello che cerco. Preferisco restare qui, nascosto e al sicuro, a vedere nell’acqua il riflesso delle stagioni, una dopo l’altra, foglie nuove –  foglie verde – foglie gialle – neve e poi da capo, fino a quando arriverà una stagione nuova e io non ci sarò più a vederla di nascosto.

Solo una volta ho corso il pericolo di essere scoperto e ancora adesso al solo pensiero mi prende un senso d’angoscia e moi viene voglia di scappare a nascondermi giù, nella caverna sott’acqua di cui nessuno sospetta l’esistenza.

Quella sera, da sotto, sentivo la voglia di salire a respirare aria pulita, l’aria fresca del tramonto di primavera. Appena posso lo faccio, anche se di solito la mia riserva d’aria la prendo nella caverna, per non correre il rischi. Il non sono un pesce e non riesco a respirare l’acqua come fanno loro. Posso stare senza prendere fiato per un tempo che può sembrare infinito ma che infinito non è. Poi ci sono insetti che volano poco sopra la superficie del lago, buoni da mangiare, dolci come certe bacche che pendono dai cespugli sul filo dell’acqua, che non servono a sfamare ma solo a lasciare un buon gusto in bocca.
Avevo sentito le vibrazioni di un paio nei umani, ma mi erano sembrate piuttosto lontane e non mi ero preoccupato più di tanto. La luce del tramonto era invitante e l’aria pura nei polmoni prometteva una sensazione così bella, una leggera vertigine per tutto il corpo, la testa gocciolante e lo sguardo che gira rapido intorno nel gioco che mio già detto.
Ero salito veloce, senza problemi. Avevo tirato la testa fuori dall’acqua emettendo uno sbuffo di fiato umido e mi ero trovato davanti a un piccolo umano, seduto sulla riva. Ricordo i suoi occhi per niente impauriti, solo curiosi, alla vista di un essere così diverso da lui.Poco lontano c’era uno dei loro veicoli, in una piazzola dove si fermano di solito.
La macchina aveva la parte anteriore sollevata e un umano adulto era chino a guardarci dentro. Le vibrazioni che avevo sentito così lontane non erano che le piccole vibrazioni di un essere non ancora pienamente formato e quelle di un adulto attutite dalla barriera di quella parte di veicolo sollevato fra me e lui. Per un lungo istante il piccolo e io ci siamo guardati e sentivo le sue vibrazioni ingrandirsi poco a poco, finché si alzò di scatto e mi girò le spalle. Aveva cominciato a correre, urlando.
   «Papà, c’è un mostro nel lago!»
Il suo urlo mi aveva come scosso dalla malia di quel momento statico. Avevo colto l’attenzione dell’adulto verso il grido del piccolo. Mi ero tuffato velocissimo, con un leggero ricucchio, a guadagnare il fondo prima che potesse vedermi. Erano tornati tutti e due sulla riva, tenendosi per mano. Li vedevo da sotto guardare l’acqua di nuovo tranquilla, due macchie di colore contro la linea delle montagne. Il piccolo indicava con la mano un punto sulla superficie e parlava concitato.
   «Ti dico che era qui. Aveva un lungo collo e mi guardava con gli occhi rossi e gocciolava tutto.»
La voice dell’adulto mi giunse pacata attraverso l’acqua, leggermente deformata come tutti i suoni che arrivano sul fondo.
   «Beh, credo che volesse mangiarti, come tutti i mostri che si rispettino. Meno male che hai fatto scappare.»
Il piccolo aveva risposto d’istinto, senza notare l’ironia nella voce grande.
   «No, sta lì, mi guardava e basta. Io non avevo paura e neanche lui ne aveva e poi…»
Il piccolo aveva girato la testa e aveva visto il sorriso sul volto dell’altro.
   «Tu non mi credi ma è vero! C’era un mostro ti dico, proprio lì, nel mezzo del lago…»
I due si erano girati e avevano iniziato a camminare, allontanandosi dalla riva probabilmente verso il veicolo. Potevo sentire le loro voci affievolirsi a poco a poco, le ostinate proteste del piccolo che aveva visto un mostro e nessuno gli credeva. Non avevano visto le bolle d’aria del mio respiro di sollievo salire verso l’alto e rompersi sul pelo dell’acqua. La mia aria di caverna si era mescolata all’aria pura dello spazio aperto e la cosa era finita lì, ma da quel giorno avevo raddoppiato la prudenza.
   Finché non era arrivata la ragazza. 

2

Credo fosse arrivata a piedi, perché non avevo sentito nessun rumore di veicolo. Aveva costeggiato il lago camminando lentamente, come fanno quasi tutti gli umani che vengono qui. Dopo tutto quel tempo non ci facevo più caso e avevo smesso di osservarli, limitandomi a controllarli. La curiosità mi aveva ormai abbandonato e non era mai stata sostituita dalla simpatia. Sapevo che gli umani erano un pericolo, che erano l’ostacolo fra me e la libertà che avrei potuto avere.

Tuttavia non riuscivo a sentirli nemici anche se sapevo che potevano diventarlo. Ci sono cose che sono così e che non si possono cambiare. L’aria sta sopra il lago, l’acqua sta nel lago e io sto sotto l’acqua del lago. E gli umani stanno lì, sulla riva, con le loro vibrazioni, le urla e i vestiti colorati.

La ragazza però era diversa. Le sue vibrazioni mi arrivavano a ondate, come quelle di tutti gli altri, ma c’era qualcosa di anomalo in quelle che sentivo provenire dalla figura tremolante che camminava sulla riva. Facendo attenzione a confondermi con la massa bruna delle alghe sul fondale mi ero avvicinato cercando un punto di osservazione il più possibile vicino a lei. Avevo raggiunto la profondità al limite della quale potevo osservarla in piena sicurezza, protetto dal riflesso del sole. La seguivo dall’acqua, agitando lentamente le zampe per non essere tradito dal movimento e dallo sciacquio.

Ancora le sue vibrazioni arrivavano a me, diverse da tutte le altre che avessi mai assorbito, stranamente non ignote.
Sentivo le onde che lei emanava non come un semplice segnale di presenza, ma come una specie di comunicazione, le sentivo entrare dentro di me e trovare posto, nello stesso modo in cui imboccavo il condotto coperto dalle alghe che portava alla mia caverna e di colpo entravo a farne parte. Era come se per la prima volta avesse incontrato qualcuno che mi somigliava e una parte di me fosse uscita dall’acqua e adesso camminasse con zampe umane sul sentiero che costeggiava il lago.
La ragazza era arrivata all’imboccatura del pontile di legno al quale in estate il proprietario della costruzione più vicina alla sponda lega le barche che dà a noleggio. Adesso quelle barche erano chiuse da qualche parte e non erano ancora state messe in acqua.

Una era appoggiata su dei ceppi vicino alla riva e avevo intravisto l’uomo muoversi intorno, e mentre si muoveva si rinnovava il colore dall’imbarcazione. Questa era forse l’unica cosa che invidiavo agli uomini, otre al fatto di poter andare dove volevano. La possibilità di avere i colori. Addosso e intorno, sui vestiti e sui loro mezzi e sulle costruzioni e dappertutto. I loro volti e i peli che hanno sul capo sono colore, un colore che denota identità e differenza anche se a prima vista sembrano tutti uguali. Sott’acqua i colori non ci sono e più si scende più si fa scuro. Il sole e la luce restano un ricordo mentre a poco a poco svaniscono il rosso e il blu e il verde e tutti diventa nero, finché n non uso più gli occhi per muovermi ma qualcosa che mi guida da dentro, forse lo stesso senso nascosto che mi fa percepire le vibrazioni degli umani.

La ragazza aveva dei vestiti con colori piccoli, gentili. Le sue onde erano piccole e gentili mentre avanzava sul pontile di legno, senza rumore. Di solito i passi erano pesanti sulle assi di legno. Scarponi di pescatori o i colpi secchi della corsa dei bambini, che rimbombavano attraverso i piloni infissi sul fondale e si propagavano nell’acqua. Lei avanzava quasi senza peso e si avvicinava all’estremità del pontile, guardando l’acqua con una espressione che non avevo mai visto sul viso di nessuno degli uomini o delle donne che andavano e venivano sulle sponde del lago.

Si era fermata sul bordo estremo della banchina ed era rimasta lì a guardare in basso, come se per qualche ragione che non riuscivo a capire volesse vedere cosa c’era sotto.

C’era qualcosa che galleggiava sull’acqua, poco lontano.

Era una cassetta di legno, di quelle usate per metterci la frutta, piuttosto grande, fatta con asticelle leggere inchiodate fra loro lasciando larghe fessure. Lo sapevo perché una volta da una barca era caduta in acqua una cassetta così, piena di frutti che gli uomini chiamano mele. Ricordo ancora il sapore dolce di quei frutti. Qualche volta di notte, quando il vento tira dalla parte giusta, dai bidoni dove gli uomini lasciano i resti del loro cibo, posso sentire arrivare fra gli altri odori più acuti il profumo inconfondibile delle mele. Più di una volta ho avuto la tentazione di trascinarmi fin là e gustare di nuovo quel sapore, ma il timore di essere scoperto unito alla spiacevole sensazione di non sentire l’acqua tutto intorno al corpo mi hanno sempre bloccato.

Nuotando lentamente mi ero avvicinato alla cassetta che galleggiava capovolta e, salendo piano alla superficie, ci avevo infilato sotto la parte superiore della testa. L’acqua intorno al pontile era abbastanza profonda e sempre un po’ torbida, a causa della leggera risacca fra i piloni. Tenendo il corpo perpendicolare al fondale per offrire la minor massa possibile alla vista, avevo spinto la cassetta verso il pontile, cercando di muoverla come se fosse spinta dalla corrente.

Fortunatamente la brezza spirava verso quella parte del lago, così il movimento, per quanto lieve, non sembrava innaturale. Dalle fessure potevo osservare da vicino la ragazza.

Gli occhi avevano la stessa tonalità del cielo e i peli sopra la testa erano di un colore che non avevo mai visto su di un essere umano. Avevano la sfumature di certi alberi intorno al lago, quando le foglie si fanno rosse e sembrano addirittura emettere luce nel tramonto, prima di cadere e sbiadire a poco a poco nel bianco della neve.

 

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