Le Cave di Misilbesi – Percorrendo in macchina – o a piedi – la strada a S.V. Palermo-Sciacca oppure la S.S. 188, il viaggiatore, arrivato nelle vicinanze di “Portella Misilbesi”, viene attratto dalle bianche e alte liste delle omonime Cave di tufo. Sono state “miniere” a cielo aperto, da parecchi anni non più produttive, abbandonate e … silenziose. Domenica 10 ottobre, battuta fotografica di routine, le Cave di Misilbesi, appunto. Arriviamo ed un iniziale silenzio ci accoglie, soltanto qualche volatile fa sentire il suono dei suoi versi. Il lungo listone con luci ed ombre, disteso come la tela di un quadro pronto per essere dipinto, si staglia maestosa davanti a noi, ci sovrasta con la sua altezza (cchiù di 120 parmi), ci mette quasi un po’ paura. Stupore, meraviglia ed uno strano senso di impotenza assale i presenti, ad un tratto e quasi per magia, dentro di me, cominciano ad affiorare ricordi su ricordi, tanti, scene di vita già vissuta.

Il silenzio iniziale ad un tratto viene squarciato. Comincio a percepire la fievole eco di rumori lontani. Rumori inizialmente confusi e quasi impercettibili, poi sempre più forti e distinti.

Motori. Motori in moto. Motori che girano veloci, scoppiettanti, assordanti, privi di qualsiasi sistema fono-assorbente.

Lame. Grandi seghe metallliche circolari per il taglio verticale. Seghe per il taglio orizzontale,  tutte dentate, portate in veloce  rotazione dai diesel. Lame/seghe avide, producono sibili con l’aria e assordante stridio al contatto con la pietra dura. Affondano i loro denti, scompaiono dentro il solco creato nella pietra, la fenditura si evolve, cresce da un lato mentre si va riempendo di terra dal lato opposto, la macchina avanza inesorabile sopra il binario guida. Quando incontra la parete verticale, la lama affonda anche in essa i suoi denti e vi lascia il segno,un solco dietro l’altro, uno accanto all’altro, strato dopo strato, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Mi arrivano brusii di voci,  uomini che parlano, discutono, lanciano comandi ad alta voce, gridano, sgridano, fischiettano allegramente… sento la voce di mio padre… ”mastru Giorgi Alloro”.  Scuoto la testa per ritornare nel presente, faccio un giro di 360° lentamente con lo sguardo, rifletto alcuni secondi, poi tiro un lungo respiro e via, comincia la battuta fotografica…

La storia delle Cave  di Misilbesi  inizia verso la fine dell’800. Prima di allora,  il materiale tufaceo necessario per i lavori edili veniva estratto da altri siti territoriali tra cui, si ricordano quelli di c.da Bertolino, c.da Finocchio e di c.da Mannara Russa. Il materiale tufaceo estratto in queste cave, era molto scadente sia come resistenza caratteristica, ma principalmente perchè presentava un’alta assorbenza idrica, in modo particolare la pietra proveniente dalle piccole cave di c.da Mannara Russa, un pezzo (u chiappettu) di questo tufo era capace di assorbire fino ad una “lancedda” d’acqua (recipiente di terracotta di circa 10-12 litri), come dice il nostro interlocutore Sig. Nicolò Lo Brutto, che gentilmente si è prestato al racconto per testimoniare sia le dure e lunghe giornate lavorative di “lu purriaturi” sia  le caratteristiche peculiari della pietra tufacea delle Cave.

La pietra di Misilbesi – ci dice  il Sig. Lo Brutto – si differenza dalle altre perché non assorbe l’acqua, verosimilmente essa viene assorbita solamente durante il primo anno di esposizione alle intemperie, dopo il primo anno su di essa si forma uno strato di muschio (si dice che la pietra “allippa”) e non permette più all’acqua piovana di penetrarla, presenta inoltre una elevata resistenza caratteristica alla compressione. A tale proposito ci racconta un episodio avvenuto durante il terremoto  del 1968 verificatosi nella Valle del Belìce. Era stato edificato nella città di Castelvetrano un oleificio con pietra proveniente sia dalle Cava di Misilbesi che dalle Cave di Mazara del Vallo, ebbene, dopo le scosse telluriche, sopra  lo stesso muro di circa trenta metri lineari i conci provenienti dalla Cave di Mazara si erano  spacatti  tutti mentre quelli provenienti dalle Cave di Misilbesi erano rimasti intatti e questo sicuramente perché la pietra di queste Cave presenta una più elevata resistenza  alle sollecitazioni meccaniche.

Per le caratteristiche tecniche della pietra, le Cave di Misilbesi, durante i primi anni del 900, si affollarono di operai e  tagliapietre, provenienti dai paesi vicini, da S. Margherita, da Sambuca di Sicilia, da Menfi e da Montevago. Nei primi anni il taglio dei conci veniva effettuato a mano con un attrezzo denominato “mànnara”, un lavoro duro e violento che durava oltre le 12 ore giornaliere. Si cominciava la mattina prima del levar del sole (perché per un operaio di stampo antico, uscire per andare al lavoro dopo che il sole era già spuntato, era vergogna), si continuava fino all’imbrunire. Durante una giornata di lavoro un tagliapietre “ lu purriaturi” robusto, bravo e veloce riusciva  a cavare fino a 50/60 pezzi.

Con l’avvento dei motori  a scoppio e quindi delle segatrici circolari da taglio la produzione giornaliera aumentò fino a raggiungere anche un migliaio di pezzi giornalieri...


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